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Condomini di morti

Dentro al Verano, che è il cimitero più grande di Roma, in realtà è facile perdersi. Non ci sono cartelli, neanche per indicare l’uscita. E poi è un posto enorme: ci sono viali, piazze, portici, tombe grandi come villette dei Parioli, o condomini affollati come quelli della Prenestina, scala a e scala b  e cortile interno, ma popolati di defunti. Ci passano perfino le macchine e qualche piccolo autobus. Ci sono camposanti che sembrano metropoli di diversa densità energetica, e camposanti che paiono lembi di pace e malinconia ritagliati nella confusione. Per esempio, sempre qui a Roma, il piccolo cimitero acattolico a Testaccio, accucciato dietro la vecchia Piramide come un giardino segreto. Poco o nulla di monumentale o di retorico. La vegetazione avanza lentamente tra i marmi delle tombe, tra Shelley e Gramsci e qualche gatto. Tutto si confonde, dal grande al piccolo, dalle erbette agli alberi. E tutto muta raccontando, con il passaggio delle stagioni, la storia della caducità. Il poeta Keats, prima di morire, saputo dove sarebbe stato sepolto, si era rallegrato: “Già sento i fiori che mi crescono sopra”.

Sappiamo che tutto finisce così e dargli un senso è impossibile. Abbiamo bisogno di un trauma per capirlo? Forse si. Perché se passiamo tutto il tuo tempo a bere e mangiare, farci il nodo della cravatta, spacchettare, aspettare persone e aerei, quand’è che ci fermiamo per ammetterlo? Per questo a volte viene difficile andare al cimitero, lo si rifugge, lo si rimuove, e non per questione di tempo e di distanze. Eppure, a modo loro, i cimiteri sono posti pieni di vita. Un po’ quella che viene dalle parole e dalle fotografie sulle lapidi, un po’ quella che ti immagini tu guardando le fotografie dei defunti, i fiori e i piccoli oggetti che gli ancora vivi portano sulle tombe. Osservo le statue di certi angeli. Fanno proprio pensare a quelle pause brevi ma eterne che passiamo in attesa del transito di un treno, fermi accanto alla croce, con un po’ di sole in faccia e tutto che pare immobile. Siamo fermi su un limite, nell’attesa di andare oltre, e la mente si rilassa in pensieri vaghi e inutili. Poi passa il treno, il mondo ricomincia, tutti si rimettono in marcia, gli sportelli si aprono, e i pensieri finiscono accantonati sotto il sedile.

cimiteriverano

Luca Di Ciaccio • 21 ottobre 2013


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