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Borgata Dubai

Manhattan Caffè, Terry Bell, Las Vegas, Royale, Dubai Palace, Royale, Punto Otto, e soprattutto Dubai Cafè. Sfilano dal finestrino della macchina le enormi insegne al neon che illuminano la Tiburtina, verso il sacro raccordo e oltre, come lampade magiche nella notte dei disperati. “Walter Siti per scrivere l’articolo qui ce viene col pischelletto, c’ha le porte aperte”. Stefano Ciavatta guida la macchina, dice che se non hai la patente Roma non la puoi capire, mica puoi fare come quelli che passeggiano nel rione Monti, al massimo prendono la metro fino a Prati, e il Sacro Gra lo vedono solo al cinema per intercessione del leone d’oro veneziano. Solo che su queste latitudini della Tiburtina la contemplazione è impossibile, le strade sono scucite e ricucite da lavori in corso che non finiscono mai, si intersecano con corsie fantasma che non portano da nessuna parte, così svoltare e fermarsi è una scelta di impulso, una freccia lampeggiante e via, d’altronde da queste parti a quest’ora ogni lasciata è persa. Proprio come lo scrittore Walter Siti che una volta, deportato nella vera Dubai per scriverci un libro, si lamentava che lì attraversare le strade era impossibile, troppo ampie e spietate, e allora restava stizzito in un albergo di svariate stelle a chiedersi “che cosa è Dubai se non una risibile parodia accelerata dell’Occidente?”.

Ad andare e venire, tra le consolari e il raccordo sempre aperto e le tangenziali chiuse di notte per non disturbare il sonno dei dirimpettai, c’è un traffico nervoso, apparentemente senza meta. Pare di sentire l’odore di disinfettante dei pornoshop, sedie girevoli e un solo gestore alla cassa, oppure il ristagno dell’acqua verdeazzurrina dall’ossido delle monetine buttate nella boccia in fila alla cassa di un cornettaro notturno, ma forse sono epifanie di notti vissute solo a metà in un’altra vita. Dentro i palazzi illuminati della Borgata Dubai invece ci si sente al sicuro, c’è un pasto caldo in omaggio e una vincita al bingo ogni mezzora, a qualunque ora del giorno e della notte, o la speranza affidata a cactus o vampiri, piramidi o prugne, sparati all’impazzata dal monitor di una videolottery, basta infilare un gettone o comprarsi una cartella. Lo sguardo cade sugli schermi televisivi piatti appesi alle pareti, dove passano quei video musicali che ti incanteresti a fissare solo alle quattro di notte da solo in mutande sul divano, quando qualche adrenalina o qualche rimpianto non ti fa prendere sonno. Tutto è ovattato, felpato, confortevole e climatizzato, ma gli sguardi che incroci restano rapaci, come in qualsiasi ritrovo da addicted. Leggo un cartello che severamente ammonisce: “Vietato stare in piedi dietro ai giocatori”.

La clientela è scarsa, le ragazze al bancone del bar dicono sempre che più tardi succederà qualcosa ma ci sembra un’attesa eternamente rinviata, l’appetito inappagato è in fondo la benzina di questi posti, e comunque forse alle tre l’atmosfera sarà più losca, o più vivace, ma non ce la facciamo ad aspettare. Torniamo sulla strada, dove immobili sullo sfondo ci sono ancora gli scheletri di capannoni ed edifici, e le fabbriche e i negozi che sembrano navi alla deriva nell’oscurità, in mezzo a una  Roma sfilacciata, fatta de spizzichi e bocconi, che puoi prendere solo con l’automobile, tirandoti come un elastico su strade senza senso. Nei retrobottega delle strade principali, il traffico si raggruma come dentro una vena prima dell’infarto, davanti a creature mitologiche nude e possenti come statue, scintillanti transessuali che appaiono nell’oscurità, pronti a frustrare qualunque frustrazione, incubi degli abitanti di periferia che cercano inutilmente di dormire. Scrive Ciavatta che “a Roma la Borgata Dubai è ovunque, in attesa di altre lampade nel deserto”.

periferie

Luca Di Ciaccio • 31 ottobre 2013


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