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Colori e note

Sto ascoltando un disco di Glenn Gould che suona al pianoforte. Lui aveva un pianoforte che era sempre lo stesso, lo trovò una volta per caso in un sottoscala e non se ne separò mai per il resto della sua vita. Aveva anche uno sgabello, una sediolina pieghevole costruitagli dal padre, che non cambiò mai, e un signore che sapeva accordare il pianoforte come nessuno, e nessuno infatti prese mai il suo posto. Questo accordatore si chiamava Charles Verne Edquist, vedeva pochissimo, era quasi cieco, ma era in grado vagamente di riconoscere i colori. Aveva anche l’orecchio assoluto, per cui sapeva riconoscere le no­te. Nella sua testa, le due cose si erano mischiate. Per cui se gli suonavi una nota lui era in grado di dirti che era un Fa e se gli chiedevi come faceva a saperlo lui ri­spondeva: be’, è blu. Il Do era un verde giallastro, il La bianco, il Re color sabbia. Un giorno, alcuni anni do­po che si erano conosciuti, ebbe un momento di co­raggio e spiegò a Gould quel suo strano modo di ve­dere le note. Dovette dirgli che il Sol era arancione, o una cosa del genere. E Gould, quel genio di Gould, rispose che aveva ragione, che era proprio così, che anche lui lo sapeva da tempo. E in effetti, se lo ascolti, ti può sembrare di sentire i colori colare giù lungo le note, come gocce sulla schiena, come linee inaspettate su un vecchio palazzo.

Luca Di Ciaccio • 8 novembre 2013


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