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In posa da giapponesi

La vita sembra una gita, abbiamo sguardi da turisti giapponesi, scendiamo continuamente da un pullman e inquadriamo, fotografiamo, dimentichiamo. Il mondo e il tempo si mettono in posa per essere riprodotti in una macchinetta. Come ti senti, mi chiedi, forse è solo il peggio ad essere passato. Qualcosa aspetta solo di scendere nel cuore, di toccare un pensiero, di diventare un’emozione. Ma io non capisco, non voglio assorbire nulla, voglio solo mettere tutto in ordine sul computer, appena torno a casa. I ricordi finiscono in un pozzo, dentro un gorgo di sorrisi, saluti, paesaggi, abbracci, addii. Nessuno ha il coraggio di smentire quel che agli altri fa piacere credere e soprattutto quello che a ognuno farebbe piacere pensare di aver vissuto. Eppure ci sarà in qualche vita delle persone che conosciamo, che scrutiamo nei profili dei social network, nelle loro immagini felici al mare o su un prato mentre noi stiamo in casa a vederci l’ennesima puntata di una serie o in ufficio a completare una relazione di cui ci è ignoto il destino, ci sarà forse un piacere puro, che a noi è precluso, che per noi è lontano.

Poi ci sono giorni i cui la pioggia ti lava la faccia, oppure saranno lacrime, giorni in cui per qualche motivo spegni la televisione o stacchi gli occhi da Facebook e ti guardi intorno sbattendo le palpebre e dicendo a te stesso: oh, guarda. Tutta questa luce. Togliamo l’occhio dall’obiettivo di una macchinetta o dal buco di una serratura, entriamo un una stanza che ha l’orizzonte di un cielo per confine, fermiamici di fronte alla vita che se ne sta lì nuda, alla luce del sole, senza bisogno di ritocchi, saturazioni, esposizioni, contrasti,

Luca Di Ciaccio • 9 novembre 2013


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