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La terra dei fuochi invisibili

Sui siti di notizie locali, nella classifica degli articoli più letti e commentati, in testa ci sono ancora le discussioni sui lavori per rifare il lungomare, e allora bisogna rimettere le vecchie palme oppure no, e non sarà troppo costoso da mantenere quel prato all’inglese in mezzo alle aiuole, oppure le polemiche sul viaggio che si dice istituzionale del sindaco di Gaeta a Capo Verde, ma l’avremo pagato coi soldi nostri, e chi l’ha accompagnato, e perché ci stava pure la consigliera di opposizione del Pd, e sarà vero quel pettegolezzo che sussurrano tutti, eccetera eccetera. In effetti, la cosa migliore – anche senza essere un sindaco e senza scuse di gemellaggi o associazioni da finanziare – sarebbe davvero scapparsene a Capo Verde, sdraiarsi su una spiaggia, mangiarsi un frutto appena colto da un albero sperando che non sia contaminato, almeno quello, laggiù. Solo che noi non possiamo far niente, non possiamo scappare, possiamo solo constatare che – nonostante le profezie di vent’anni fa del boss di camorra e ora collaboratore di giustizia Carmine Schiavone – non siamo ancora morti.

Così guardiamo con distacco alle notizie, che rimbalzano anche sui media nazionali, che riguardano quel territorio che inizia dalla provincia di Latina, e scende fino alle porte di Salerno. Al centro c’è una città di poco più di ventimila abitanti, Casal di Principe, dove due o tre famiglie hanno gestito un sistema criminale lungo trent’anni. La chiamano Gomorra questa terra, ma di biblico ha ben poco. È stato lo sversatoio delle industrie dell’intero Paese, ospitando – di tanto in tanto – anche i peggiori veleni arrivati dal nord Europa. Non è che uno lo dice tanto per dire, sono fatti conosciuti, studiati, analizzati. Non più un segreto, almeno dal 1993, quando la procura di Napoli raccolse le prime prove di un enorme traffico di rifiuti verso le campagne tra il Sud del Lazio e la provincia di Caserta, un traffico che spesso avveniva con la complicità di molte amministrazioni comunali, con gli omessi controlli di parte degli organi dello Stato. In molti si giravano dall’altra parte mentre si seppellivano veleni sotto i nostri piedi. E tutto ciò non era un segreto nemmeno per il Parlamento almeno dal 1997, quando Carmine Schiavone, l’ex boss diventato collaboratore, parlò davanti alla commissione d’inchiesta sulle ecomafie, ripetendo quella frase che ancora continua a dire, come un’ossessione: “In quelle terre moriranno tutti, moriranno milioni di persone”.  Tutto secretato, perché le indagini – si disse – erano ancora in corso. Di quella sua deposizione non trapelò mai nulla, neanche un parola. Quando alla fine dell’estate scorsa in due interviste (a SkyTg24 e al Fatto quotidiano) Schiavone spiegò che tutto era noto fin dalla fine degli anni Novanta, che aveva fornito tutti i documenti alla Commissione sul ciclo dei rifiuti – “Hanno le targhe dei camion che trasportavano i fusti tossici”, ripeteva – qualcosa è scattato nell’opinione pubblica forse troppo impigrita da una cronaca politica stanca. In provincia di Napoli sono nate le mobilitazioni di cittadini sono il nome della “terra dei fuochi”, un marchio suggestivo, di sicura presa per i media a caccia di storie, anche se molti nel resto del paese ancora non sanno di chi sono quei fuochi, chi li ha accesi, se sono ancora quelli dei rifiuti nelle strade di pochi anni fa, o se sono quelli di qualche scarico che non li riguarda, in fondo i più avvertiti di noi lo ripetono da anni di fare attenzione alle mozzarelle che provengono da certe zone, controllare bene i produttori e la filiera, perché ci sono posti, laggiù, dove davvero è tutto avvelenato, e sicuramente adesso tra coloro che in buona fede manifestano ci sono anche molti che per anni hanno preferito fatto finta di niente, hanno chiuso le finestre quando sentivano strani odori, si sono girati dall’altra parte davanti ai camion sospetti, hanno cercato il prezzo più conveniente se erano imprenditori, non hanno smesso di esigere favori da certi politici. D’altronde, che punizione vuoi dare a chi – pure se criminale e mafioso – avvelena alla fine la sua stessa terra?

Solo che noi del basso Lazio, tra Fondi e Gaeta e Formia e Minturno, terra di confine, non sappiamo ancora bene cosa fare. All’inizio stavamo come quando si solleva un lenzuolo che ha coperto l’inenarrabile, dopo la prima smorfia di disgusto partono le prese di posizione: “La malavita qui… e da quando?” – dicevano i sorpresi. “Siamo in mano alla camorra…” -ribattevano i rassegnati. “E’ una diffamazione, qui non siamo a Napoli…!”- chiosavano i più risentiti. L’idea di essere anche noi, Gaeta e dintorni, provincia di Gomorra non ci è mai andata giù. Noi non siamo come quelli là, tentiamo di consolarci, non abbiamo mai avuto né rifiuti né morti ammazzati per strada, o perlomeno mai in quantità tale da dovercene preoccupare. “Qui l’aria è buona, i camorristi ci vengono al massimo in vacanza” dice ora l’ex sindaco di Formia Michele Forte  ai giornalisti che lo interrogano in una conferenza stampa dopo che Schiavone ha messo in mezzo pure lui, tra i politici complici. Col passare del tempo, ci siamo abituati all’idea di un lato oscuro nella nostra provincia, scandali e inchieste che si susseguono da anni lo hanno ormai reso innegabile, sappiamo tutti che più di un terzo del comprensorio economico pontino è in mano a capitali non sempre puliti d’oltre Garigliano, ma molti si limitano a mettere questa come tante altre cose nella fila lunga dei rimpianti e delle sconfitte: poteva andare meglio, invece guarda come siamo ridotti, abbiamo la crisi, abbiamo gli incidenti sulla Pontinia, abbiamo pure la camorra.

C’è un groppone sullo stomaco più grosso, però, che impedisce di indignarci davvero come dovremmo, di mettere da parte ogni altra questione e pretendere a gran voce la verità, se necessario pure di andare a Capo Verde a prendere il nostro sindaco per le orecchie e riportarlo qui, a occuparsi delle cose serie. E questo groppone è la solitudine di chi si sente tradito. Forse, pensiamo sprezzanti, nella “terra dei fuochi” più a sud lo hanno già metabolizzato e ora che non hanno più niente da perdere possono finalmente incazzarsi, ma noi invece. Per esempio, facciamo molta fatica a dover decidere a chi dover credere tra un ex boss criminale con decine di omicidi sulle spalle e un ex sindaco e senatore con decine di migliaia di voti ancora fino all’altro ieri. Facciamo fatica soltanto a pensare plausibile una scelta del genere. E molti di noi, in cuor nostro, hanno già deciso a chi credere, ed è impossibile non provarne – un attimo dopo – un brivido di vergogna. Forse riusciremo presto a metabolizzare anche questo, come abbiamo digerito l’idea che per quindici anni nessuno abbia ritenuto di dover dire una parola sull’avvelenamento di un pezzo d’Italia denunciato, nell’aula di una commissione parlamentare, da un ex boss della camorra e avvalorato da varie inchieste giudiziarie. Forse prima o poi riusciremo a venire a patti con tutto questo, e a non perdere la fiducia ma ad arrabbiarci davvero, a cominciare a scavare in mezzo a queste radici che si propagano e si intrecciano sempre più forti, e a scavare anche in quei pezzi di terra, in quelle discariche più o meno abusive che nascondono contaminazioni letali. Forse arrabbiandoci, reagendo, chiedendo la verità dimostreremo di essere ancora vivi, nonostante la profezia di Schiavone.

Luca Di Ciaccio • 10 novembre 2013


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