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Alla fermata del bus

Una fermata dell’autobus persa nel labirinto delle strade e delle attese, la palina mezza gialla mezza arrugginita sembra la scialuppa di uno stato sociale in via di smantellamento, forse passeremo ancora da qui, forse c’è ancora un’ultima corsa a cui aggrapparsi, prima del cambio di turno, dello sciopero generale, della guerra tra poveri. Che siano deserte oppure brulicanti di umanità sudata, quasi mai in ogni caso decenti e funzionanti, fermi alle fermata non si può fare a meno di chiedersi se tutti i demagoghi della felicità, tutti quelli che vorrebbero farci usare meno la macchina e farci scorrazzare tutti su amene isole pedonali, tutti i felicemente decrescenti lo abbiamo mai preso davvero un autobus in vita loro. A Roma si è appena scoperto che l’Atac, l’azienda dei trasporti del Comune, è “un’enorme società di falsi autentici” (definizione di Francesco Merlo su Repubblica): le false vendite e i falsi acquisti dei falsi autobus, i falsi impiegati che erano in realtà parenti, cugini, camerati di partito, belle cubiste… Ed erano falsi i biglietti, falsi i bilanci, falso tutto, anche gli ispettori che insabbiavano, proprio come nel film “La stangata” dove erano false la ricevitoria, le scommesse, le corse e persino i cavalli. Infatti la più clamorosa delle scoperte è proprio che pure molti biglietti erano falsi, come keynesiani trafficoni e impazziti all’Atac stampavano moneta sotto forma di ticket destinati a fondi neri come se non ci fosse un domani, e dunque risultano falsi pure i passeggeri che pagavano il biglietto ma non risultavano paganti, oltre a tutti quelli che già a pagarlo non ci pensavano nemmeno, tanto è più facile imbattersi in un bus che arrivi pulito e puntuale piuttosto che incontrare un controllore.

Forse bisognerebbe fare come in certe lande dell’hinterland napoletano, arrangiarsi con delle linee d’autobus abusive, dotate di fermate fantasma ma conosciute da tutti nel quartiere, imbarcarsi sopra e poi prenotare una fermata, o provare a ottenere una deviazione sotto casa, se gli altri passeggeri sono d’accordo, al loro buon cuore. In fondo, pure se illegale, è un’autorganizzazione della società, di quel pezzo di società che sembra condannato a restare in attesa alla fermata dell’autobus, stretto senza respiro in mezzo alle correnti migratorie pigiate tra i sedili, con il vuoto diritto di lamentarsi finché si campa, come un’umanità rassegnata, prima che arrivino le astronavi.

mezzi di trasportoperiferie

Luca Di Ciaccio • 13 novembre 2013


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