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Padri e figli

Un figlio si guarda nello specchio di suo padre attraverso il lampo di una somiglianza. Un piccolo movimento delle labbra, un modo di portarsi i capelli all’indietro, un piede che emerge nella vasca da bagno, un’intonazione della voce in un momento di rabbia. Capita di riconoscere nel proprio corpo, in certi minimi gesti, la traccia di chi ci ha cresciuto e messo al mondo. Tutta una vita col senso del dovere di un figlio che deve tentare di distinguersi, per poi scoprire di essere ancora così simili, così vicini. Un padre si guarda nello specchio deformato di un figlio attraverso il conto delle differenze. Una montagna altissima ma sdraiata sul divano, quelle scarpe imbottite di gomma in ogni stagione, l’indifferenza suprema al giro che fa la terra intorno al sole, i gusti che non sono gli stessi, come se fosse impossibile non vedere rifare ciò che si è fatto, riamato ciò che già si è amato, una risposta scocciata a una domanda semplice, una telefonata a vuoto. Tutta una vita a imparare a essere padre, e poi restare sul terrazzo a guardare la pioggia, a pensare a chi curerà i suoi vasi dopo di lui, e un figlio o una figlia sul divano, di spalle alla pioggia e a lui, a guardare qualcosa di incomprensibile su uno schermo, temendo che qualcosa si sia separato per sempre.

E’ sempre la danza umana tra il distinguersi e l’assomigliare, tra l’essere padri e l’essere figli, tra lo specchiarsi nelle giovinezze degli altri e il respingere la propria maturità anticipata nel destino di chi ci precede. Ognuno nel suo mondo, prendendone le misure a suo modo, solo sfiorato dagli sguardi degli altri, e se solo se ne accorgesse finirebbe per chiedersi cosa c’è poi tanto da guardare. Fino all’inversione dei ruoli, quando probabilmente sarà troppo tardi.

Luca Di Ciaccio • 15 novembre 2013


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