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Decadenza

Nella sera gelida quel che resta dei manifestanti in via del Plebiscito accende le candele, con le coroncine di carta per evitare che la cera bollente coli sulle mani, e le alza verso Palazzo Grazioli, la casa di Silvio Berlusconi. Sette, otto, dieci, venti candele. Le luci fioche si riflettono sul muro. Un manifestante tenta di appendere un foglio sul portone chiuso, non ci riesce, sussurra un’imprecazione contro il mondo, contro i giudici, contro le tasse, contro i comunisti. Sarà il freddo, sarà alla fine la noia con cui si risolvono tutte queste giornate preannunciate come storiche ma provo un senso claustrofobico, crepuscolare, come se mi trovassi dentro una dimensione parallela che si ostina a resistere, che si rifiuta di scomparire, che non vuole essere riassorbita dalle legge e dai principi della normalità. E io ci sto dentro, ancora una volta, colpa forse della mia ossessione, della mia nostalgia, del mio essere amante dei giorni della marmotta dove tutto si ripete sempre uguale, o al contrario dei colpi di scena cinematografici da caimano, dei momenti catartici. Ma la realtà, si sa, supera sempre ogni sua rappresentazione. Come qualche mese fa, nel giorno dell’evento epocale, la Condanna di Berlusconi. Che nell’immaginario collettivo era sempre stata accompagnata da aggressioni ai giudici, folle in tumulto, professionisti di mezza età con bava alla bocca e forconi in mano e una pioggia di molotov che si abbatte sulle scalinate del tribunale. E invece, quando è successo davvero, alla notizia della conferma della condanna da parte della Cassazione per l’ex premier, i fan del cosiddetto “Esercito di Silvio” radunati sotto Palazzo Grazioli si erano invece messi a brandire bottiglie di spumante, esplodendo in un surreale tripudio di gioia, fondamentalmente perché non avevano capito un cazzo di quello che era appena successo, avevano sentito male le parole del giudice, come tifosi sbadati alla radiolina durante un fuorigioco. E anche adesso di fronte alla cacciata con ignominia dal Senato per il leader dell’opposizione e già tre volte presidente del consiglio, gli striscioni feroci, gli slogan sul colpo di stato, sulla fine della democrazia, un cartello che addirittura incita nichilisticamente un “viva la morte”, le urla di “traditori! traditori” sembrano andare a braccetto tranquille con la maggiorparte della facce qui presenti, signore allegre, vecchine cotonate, padri di famiglia simpatici, ragazzi a modo, quasi tutta gente con cui, scambiare piacevolmente due chiacchiere al bar prendendo il caffè e senza parlare troppo di politica.

La claustrofobia e una vaga depressione crepuscolare mi avevano già asserragliato da qualche ora, mentre si aspettava che il capo scendesse per parlare ed eravamo incastrati così, i gomiti sui fianchi del vicino, il fiato sul collo dell’altro. Via del Plebiscito non è una piazza, è una strada che costeggia Palazzo Venezia, ai tempi delle adunate del Duce (quelle vere) qui ci parcheggiavano le ambulanze. Il palchetto, in fondo alla strada, è disadorno, spartano, il solito cielo azzurro di cartone, il simbolo tricolore di Forza Italia, appena resuscitato come se niente fosse, gli altoparlanti sgarrupati per cui non si sente nulla. Ma c’è la telecamera col braccio mobile, che si allontana piano piano dando l’effetto di profondità, moltiplicando le teste della folla, lo sventolio di forzabandiere. E’ partito l’inno di Mameli, si è alzato il coro, anche quello un po’ sgarrupato ma volenteroso, e finalmente è comparso Berlusconi, giacca nera, girocollo nero, umore nero, l’aria da vecchietto quasi ottuagenario schiacciato dal suo sogno di negazione della realtà e da un ego così enorme da mostrare tutta la sua debolezza. Esordisce: “Eh, le parole di Mameli sono impegnative, siam pronti alle morte…”. Sorriso nervoso, risatine liberatorie. Poi dice le stesse cose, sempre le stesse, quelle che diceva già due o tre lustri fa, come se non fosse successo niente, come se fosse tutto ancora lì, a portata di mano. E il pubblico applaude, o meglio quelli che sono rimasti, quelli che non chiedono altro che rivedere ancora lo stesso programma televisivo, la stessa vecchia e logora telenovela.

Poche centinaia di metri più in là, ci sono quelli che invece stappano l’ennesima bottiglia di spumante del discount, per brindare all’ennesima fine del berlusconismo, anche loro sempre uguali, nella loro allegra indignazione che nasconde un indicibile terrore: chi saremo senza di lui? Quale obiettivo, quale identità ci resterà, senza il nemico di sempre, il nemico perfetto? Questo inverno italiano sembra quello di un reality show. Come nelle nostre serie tv preferite d’oltreoceano attendiamo la season finale. Ci sarebbe bisogno di qualche interruzione pubblicitaria, per dare un po’ di ritmo alle cose che ci diciamo. Qualche refrain da vecchia tv commerciale della nostra infanzia, Mitsubishi mi stupisci, oppure Rowenta per chi non si accontenta. Ma ormai nulla più ci stupisce, nulla più ci accontenta. Questa giornata non la dimenticherò mai, dice Silvio Berlusconi prima di riscivolare dentro il suo bunker. Per me invece questo ventennio è finito così tante volte che sembra essere durato una vita.

Luca Di Ciaccio • 28 novembre 2013


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