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Dall’altra parte della città

Quando arrivi a Roma capiti in quartiere e quello diventa subito il tuo sguardo sulla città, il punto da cui misuri tutte le distanze, il centro del tuo universo. E cominci a spostarti nei quartieri vicini, poi azzardi un passo più in là. Ci metti anni ad arrivare, prima o poi, per caso o per sbaglio dall’altra parte della città, seguendo una rete personalissima di semafori e tram, circonvallazioni e appuntamenti mancati, promesse vane di rivedersi e certificati da ritirare, raccordi anulari e oggetti smarriti.

Il bello di vivere in una città che non conosci è provare continuamente l’eccitazione dell’esploratore. Impari a conoscere lentamente un mondo sconosciuto, metro dopo metro, di fronte alla città ti senti sperduto come in mezzo alle linee di una mano lette da una zingare alla fermata della metropolitana. Sovrapponi un pezzo sopra l’altro, un giorno dopo l’altro. Linee che si ramificano nel senso di orientamento. Facciate di palazzi, incroci, la nuova grana della luce. È bellissimo quando inizi a capire che quella strada porta in un posto dove sei già stato arrivandoci da un’altra parte, ed è rassicurante sapere che per un po’ potrai lamentarti poco, finché l’erbaccia dell’indignazione non crescerà su una mappa troppo consumata.

Roma in fondo è una città di provinciali, tutti stretti nei loro quartieri, nostalgia di paesi perduti, da cui fuggire apposta per ricrearseli. E anche quando passano anni, e tutto sembra esserci rimpicciolito ai tuoi occhi, e non esiste più un luogo che stia dall’altra parte della città e non sia così lontano, tiri un sospiro di sollievo a pensare che ci sono posti dove in fondo non arriveresti mai. Basterebbe scantonare, fuggire via dalla folla e imboccare un vicolo a caso, gettare l’occhio in un cortile, frugare dietro un senso unico o un muro di palazzi.

periferie

Luca Di Ciaccio • 2 dicembre 2013


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