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O’ per e o’ muss

Dietro il vetro appannato una cascata gocciolante di acqua bagna i pezzi arricciati di trippa, i frammenti di piedi, le teste mozzate di manzi e maiali. Napoli è un sepolcro fiorito di corone che si chiude sopra di me. Mi perdo nei vicoli, dove uno spumante costa un euro, e al mercato della Pigna Secca, tra capretti condannati a morte e impiccati nelle vetrine dei macellai. “Napoli si visita con lo stomaco” dice Vittorio. Appena uscito da un soffitto di Vasari che pare tridimensionale, con un custode che butta giù ragionamenti filosofici sul belle e sul buono, mi fanno assaggiare ‘o pere e ‘o musso, fatto di trippa, piede di maiale, muso di vitello. “La trippa cruda non ingrassa – ci tiene a specificare chi la vende – l’importante è che ci siano sale e limone”.

Il cibo sta sulla linea del vulcano, come le luci al neon, la folla pigiata in mezzo alle statue dei presepi, le sigarette di contrabbando che tornano di moda quasi come l’eroina, i quartieri dove è meglio farsi accompagnare in tassì, le giornaliste americane che arrivano innamorate col frecciarossa ma grazie a dio non prendono la ferrovia cumana, l’ironia feroce sulla vita e sulla morte come non avendo più niente da perdere. Sotto la pianta del piede la città è una botola pronta a scattare. Sotto la maschera c’è il labirinto. Digerirei tutto pur di ritrovarmi assonnato sul lungomare dopo un timballo di pasta.

napoli

Luca Di Ciaccio • 16 dicembre 2013


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