Ludik

un blog

Forconi pignorati

Ultimamente mi sento un poco stordito. Mi aggiro per la mia vita con la medesima aria da zombie indeciso di una di quelle ragazze che mi sbattono addosso con le loro borsette davanti alle vetrine di via del Corso, sognando i saldi prossimi venturi e ignorando le urla dei forconi poco lontano. Ampi schieramenti blindati proteggono le vie dello shopping.  Si teme e sotto sotto si brama la marcia fatale sulla capitale, l’assalto al palazzo d’inverno che potrebbe essere Montecitorio o anche il nuovo H&M palace poco lontano, il colpo di stato sotto lo sguardo complice dei reparti mobili che si abbassano il casco protettivo, la resa dei conti degli italiani disperati dalla crisi e frementi di vendetta, con la partecipazione straordinaria del nuovo simbolo nazionale della crisi, la Jaguar pignorata.

Cammino sotto le luminarie coi colori dell’arcobaleno, chiaro equivoco di qualche assessorato spacciato per fondamentale battaglia di civiltà, e scruto il buco dell’orizzonte in fondo alla piazza del popolo. Aspetto invano il momento in cui i negozianti tireranno giù le serrande, e le signore inizieranno a correre coi bambini per mano. Forse mi solleverebbe anche dai miei sensi di colpa una rivolta sediziosa sotto le feste, mi libererebbe da questa angoscia che non è tanto la crisi economica, o l’età che avanza senza che all’orizzonte appaia un futuro, o il rimpianto di qualcosa di solido, fosse pure una casa col mutuo mentre attorno tutto evapora nell’aria, ma è l’angoscia di sentirmi – qualunque cose faccia – perfettamente sostituibile. Come un lavoratore di un’azienda tessile senza occhi a mandorla, o un precario cognitivo da 800 euro al mese, o un marito nel suo letto mentre la moglie è girata dall’altro lato illuminata dal bagliore di una chat, o come un segretario di partito, o un leader della protesta come quelli laggiù, che urlano in piazza ma hanno cominciato a sorridere in tv. Anche loro, in fondo, non mi fanno paura. Mi fanno compagnia. Come il mugugno continuo dei miei connazionali, che assomiglia al russare sentito dalle stanze dei vicini di casa, nelle case costruite troppo in fretta ai tempi del miracolo economico.

La speculazione, la crisi dei bond, la crisi dei mercati, e poi il caos. Che forma pensavi che avrebbe preso il caos? T’immaginavi un pranzo di gala? No, sarà il cassone di in tir che rompe un posto di blocco a cento all’ora, o un ragazzo mezzo nudo che agita il braccio teso urlando “tutti a casa”, o un signore molto triste con un cartellino al collo “piccolo imprenditore; non sono vittima di nessuno; semplicemente non ho i soldi per pagare le tasse”, o un tuo amico che lo vedi sempre più spesso nella tua timeline commentare accorato sotto a link di notizie-bufala, o lasciare commenti seri e moralistici sotto pezzi di chiaro tono satirico. Sarò io che mi sento stordito, come uno che si nutre dei ricordi di un tizio che aveva previsto grossi guai e a un certo punto non ha retto il panico. Poi in via del Corso non succede niente, passano solo ragazzi rasati col tricolore addosso e l’aria di chi ha marinato la scuola, o vecchi signori un po’ su di giri ma dall’aria inoffensiva, non scoppia nessun incendio nel Paese anche se i mucchi di erba secca sono ancora tutti lì, così infiammabili da un momento all’altro. E anche io, appena mi passa lo stordimento, lo scriverò un libello polemico contro le scie chimiche.

Luca Di Ciaccio • 19 dicembre 2013


Previous Post

Next Post