Ludik

un blog

Il blues del gazometro

L’uomo del gas col pizzo grigio, gli occhiali scuri, la giacca rossa, il cappello nero da bluesman tira fuori l’armonica, la poggia sulla bocca e si mette a suonare. Le note fuggono via come gas. Nella pancia di uno dei vecchi gazometri, al posto dell’acqua e dell’aria, c’è un garage. Suono il blues, dice l’uomo del gas, perché qui l’epica delle vecchie officine, piene di operai, pezzenti e galeotti, era la stessa dei neri nelle piantagioni di cotone. Il Tevere rimbomba come il Mississippi sotto un cielo limpido, non retribuito. Dall’altra sponda un orizzonte di agglomerati condominiali incombenti, che agli occhi del Pasolini borgataro apparivano soltanto “enormi tombe di famiglia”. Il tondo reticolato metallico non sbuffa più da decenni, non s’alza né s’abbassa rilasciando calore, oggi è solo un’ossessione cinematografica, o un impiccio urbanistico. Le leggende operaie fanno da scenografia ai quartieri in via di progressivo imborghesimento. E’ un museo di sculture romane la centrale elettrica, è un’aula di architettura il mattatoio dove si scannavano le bestie, ci sarà forse un centro commerciale dentro i mercati generali dove si scaricavano le cassette di frutta e verdura, è un teatro sperimentale la fabbrica di saponi dall’altro lato del fiume. Ma è solo uno scheletro nero sopravvissuto all’incendio il gazometro ormai sfiatato.

Una notte di qualche anno fa decisero di illuminarlo tutto, come un vulcano che all’improvviso tornava a ridestarsi da un lungo sonno pigro, squarciando la foschia cittadina con tanti zampilli di luce incandescente, e dall’altra parte di Roma arrivarono le telefonate alla polizia e ai vigili del fuoco, c’era gente che pensava fosse atterrata un’astronave proprio lì, accanto all’ansa del Tevere che a qualcuno già sembrava il Mississippi.

posti abbandonati

Luca Di Ciaccio • 13 gennaio 2014


Previous Post

Next Post