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Atlante delle isole remote

Mi perdo nelle mappe di isole che non ho visto e dove non andrò mai. La cartografia dovrebbe essere annoverata tra le arti poetiche, ancora più della creazione delle leggi elettorali. Le carte geografiche, per esempio, sono impossibili. Sarò più chiaro: è matematicamente impossibile proiettare il globo su una superficie piana. Lo puoi fare, è ovvio, ma quello che ottieni non è la realtà: è una delle rappresentazioni possibili della realtà. Prendete la carta del mondo appesa a scuola, quella che ci siamo stampati in mente da bambini: come mai l’Europa è al centro? Perché il Nord è sopra e il Sud è sotto? Qualcuno ci ha mai detto che le proporzioni sono sballate, e l’Africa è molto più grande di così? Di fatto, la proiezione grafica del globo a cui siamo abituati è una delle tante possibili, e sicuramente non la più precisa.

I cartografi lavoravano sui diari di bordo provenienti da viaggi avventurosi, sui papiri di snervanti misurazioni del territorio, oppure sul sentito dire. Spesso disegnavano sogni. Mettevano insieme strafalcioni e intuizioni. Disegnavano il mondo come conveniva al sovrano o al dio del momento. Misuravano, inventavano, misuravano. Perché se “sull’infinita Terra sferica ogni punto può diventare il centro”, allora anche il punto che occupiamo noi può essere il centro, così non c’è bisogno d’altro, non c’è altrove che tenga. L’altrove è qui, e anche se è qui, più altrove non si può: come cercare se stessi nel portone di casa visualizzato sulle mappe di Google, come immaginare isole irraggiungibili conquistate sotto l’ombra di un dito, con gli occhi chiusi.

Luca Di Ciaccio • 20 gennaio 2014


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