Ludik

un blog

Scene da un manicomio

Le porte, i cancelli, le recinzioni. Adesso in questa che fino a un quindicina d’anni fa era “la città dei matti” gli unici confini sono quelli dell’abbandono. Palazzi sbarrati, porte murate, finestre cieche, cancelli mangiati dall’erba e dalla ruggine. Lì c’è il cancello d’ingresso. Ogni volta che lo varcavamo, racconta Adriano Pallotta, infermiere in pensione, dovevamo lasciarci tutto alle spalle, quello che c’era fuori rimaneva fuori, quello che succedeva qui dentro rimaneva qui dentro, così ci dicevano i medici. Le leggi del mondo fuori non potevano valere qui dentro, qui era una guerra ogni santo giorno, un padre di famiglia generoso o una pia suorina si ritrovavano trasformati in carcerieri implacabili, aguzzini spietati. Tornavamo a cena a casa dai nostri cari e dovevamo dimenticare. Il giorno in cui buttammo giù le recinzioni, aprimmo le porte, nascondemmo le grosse chiavi che tintinnavano dai camici bianchi sembrava un giorno qualunque. Un dottore, a cui si chiedeva qualche notizia su quello che stava succedendo in qualche manicomio del nord, rispondeva laconico: “La verità è che in Italia c’è qualche psichiatra che sta impazzendo”. Laggiù c’è il portone del padiglione dieci, lo vedi, fu il primo padiglione dove decidemmo di aprire le porte, per far uscire i malati sul prato, all’aria aperta. Ce n’era uno che era rimasto lì, fermo sulla soglia della porta, aveva sempre sognato di uscire fuori ma non ce la faceva, era bloccato lì, ci mise sei mesi a uscire a varcare quella porta.

Se mi affaccio dentro una porta sfondata, in un vecchio edificio del Santa Maria della Pietà, mi pare di sentire un odore che sembra quell’odore di finestre chiuse e di capelli non lavati, sembra l’odore che sentivo ogni volta che sul pianerottolo di casa passava quella vecchia, dal passo lento, rabbuiato, che la chiamavano “la pazza”, e che di pazzo – dicevano – aveva il figlio, che all’improvviso urlava, sfondava porte, un giorno tentò di buttarle un mobile addosso, e da allora non si vide più, vennero a prenderselo, lo portarono in un posto lontano e sicuro, dal nome consolatorio e beffardo, “sorriso sul mare”, una clinica, un manicomio insomma. Oggi non è più quel tempo, non sono gli anni settanta e nemmeno gli ottanta, eppure è istruttiva la storia di chi disse per primo che diversi a voler guardare siamo tutti e che bisogna curare chi è malato, certo, ma non chiuderlo buttare la chiave ed averne paura. Allora i “matti” erano spesso orfani di guerra, ragazze ribelli, uomini e donne reduci da traumi collettivi del cui peso erano vittime. Non era solo così, ma spesso succedeva. Aprire e non chiudere, guardare in faccia la realtà e attraversarla: farsene carico insieme, e il peso dei deboli lo portino i forti. Questo diceva Basaglia.

posti abbandonati

Luca Di Ciaccio • 23 gennaio 2014


Previous Post

Next Post