Ludik

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Fiumi di parole

Piove tutti i giorni, dalla mattina alla sera, l’asfalto si sbriciola, i circoli aristocratici in riva al fiume si allagano, gli ombrelli dei poveracci agli angoli delle strade non reggono. I pensieri sono scale di grigio, incasellati e messi in fila come i fascicoli delle rassegna stampa all’alba di ogni giorno, che dispensano gli allarmi e i retroscena e le bolle di sapone quotidiane, e ne sparano una al mattino per vedere l’effetto che fa, poi raccolgono le reazioni il pomeriggio, ci litigano la sera nei talk show, poi se ne ritraggono pensosi la mattina dopo, per ricominciare daccapo.

Anche fino all’altro ieri gli esperti in televisione parlavano con aria preoccupata, segnalavano che l’acqua mancava un po’ ovunque e che presto ci sarebbero state le guerre per dissetarsi, così come ci sono le guerre per il petrolio. Tutti si preoccupavano per il deserto che avanzava fin dentro casa, forse non pioverà mai più, è la fine del mondo come lo conosciamo. E ora piove e non la smette più. Il fiume ha già coperto le banchine e sale ancora. Gli esperti dicono che non si sa quando smetterà, dobbiamo abituarci a stare come ai tropici ma con l’ombrello, tristi, tristissimi tropici. Per fortuna che siamo abituati alle cose che non passano e poi passano, alle giornate passate a parlare di svolte inevitabili e questioni indifferibili, prima di passare come uno sciame alla sciocchezza seguente.

Sul ponte gli ambulanti e i poveracci che a volte ci somigliano sembrano indifferenti al tumulto del fiume, se ne stanno per terra a vendere chincaglierie o a chiedere l’elemosina, come se nulla fosse, ma attorno a loro decine di persone coi telefoni in mano scattano foto, guardano il fiume e ridono nervosamente, e intanto il fiume sale e sembra puntare l’orlo delle finestre dell’ospedale. “Cresce fino alle nove di stasera, l’hanno detto alla radio”, fa uno. “No, sta calando”, lo corregge un altro, e stiamo tutti lì, a controllare la corrente che fugge veloce, a non capire se monta o se cala. Tutto procede con accelerazioni inattese, anche nei palazzi della politica poco lontano si tira avanti parlando di niente, quasi aspettanto che arrivi martedì e inizi il famoso festival della canzone, proprio mentre sembra di essere nell’età in cui ogni decisione avvelena di inquietudine le poche buone idee rimaste.

Luca Di Ciaccio • 11 febbraio 2014


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