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L’italiano medio guarda la televisione tutti i giorni per cinque ore e sedici minuti, eliminando i primi quattro anni di vita e fidandomi delle statistiche nella mia vita avrei visto almeno 51.732 ore di televisione, circa 2155 giorni, quasi sei anni passati lì davanti. Ognuno ha il suo imprinting, come ben sapevano quelle piccole oche che zompettavano ignare alle spalle di un famoso etologo austriaco. Come dice Andrea Salerno, o forse era il professor Guttermeyer, in uno dei suoi intermezzi parlati tra un repertorio e l’altro del programma “La Superstoria” recentemente trasmesso da Rai3, si potrebbe definire “pane degli angeli” la televisione vista nei primi dodici anni di vita. Quella guardata e mangiata e digerita senza filtri e senza sentimenti critici. Quella in grado di formare la nostra coscienza, chi siamo, che cosa saremo. Ognuno ha i suoi ricordi, i suoi personaggi, i suoi maestri, buoni o cattivi. Ma sarà che forse la nostra è l’ultima generazione davvero televisiva, che ha avuto un’infanzia dove il piccolo schermo era una lampada da strofinare per evocare desideri e magie, e una volta cresciuti finanche incantesimi politici, e non solo un elettrodomestico da compagnia, uno schermo sorpassato, nemmeno sensibile alle nostre ditate. Così la mostra sui 60 anni della Rai Radio Televisione Italiana, nelle viscere dell’altare della patria – quella stessa patria che, dicono, Mike Bongiorno tirò sù quasi a pari merito con Giuseppe Garibaldi – fa alla fine l’effetto di un museo, di un grande futuro alle nostre spalle.

Mi muovo circospetto tra  il Topolino di lycra sul sedere di Heather Parisi, lo strascico lunghissimo di Mina, i fiocchetti e le pailettes della Carlucci, i tendaggi leggeri della Mondaini, lo smoking di Corrado e penso che il segreto per ogni divo della televisione fosse quello di entrare e uscire continuamente da se stesso, e nessuno di loro avrebbe potuto reggere la parte senza svelare anche molto di sé. Per questo motivo probabilmente alcuni volti della televisione continuano ad essere amati, seguiti, ricercati anche dopo venti o trent’anni davanti alla telecamera, mentre altri non reggono all’usura della presenza sullo schermo, svaniscono come immagini in dissolvenza. Visti da vicino i costumi televisivi appaiono della stessa consistenza che hanno gli effetti ottici o le nature morte con frutti di plastica. “Mi raccomando, mettimi addosso gioielli falsissimi, perché con quelli veri mi cade la corona” diceva la sapiente Raffaella Carrà al suo devoto costumista Luca Sabatelli.

Gloriosi vegliardi del tubo catodico ormai estinto mi appaiono tra una sala e l’altra, spiegandomi questo e quello, sotto forma di oleogramma. La domanda sembra essere sottintesa: dove ci si trova esattamente quando ci si trova in televisione? E, qualsiasi cosa sia, si è poi in grado di uscirne? Forse il problema è che ho studiato troppi scienziati della comunicazione in vita mia, gente che sempre voleva spiegare e smontare pure la tv, me sempre ne uscivano loro spiegati e smontati. Tant’è che verrebbe voglia di invidiare quel tipo che, decenni fa, confessò che in fondo il televisore altro non è che “un elettrodomestico come un altro, un tostapane con le figure”. Prima dell’uscita, ecco telecamere d’altri tempi e mobili di legno con schermo incorporato, giraffe di ferro e microfoni a pressione, stanno lì a ricordare quanto tempo – troppo o troppo poco – ci si è messo per passare dalla scatola di mogano a YouTube. Viene voglia di maneggiare il tutto esclusivamente indossando un camice bianco col marchio della tivù di stato, come i vecchi tecnici e telecineoperatori della paleotelevisione, che si muovevano col passo felpato e l’aria serissima dei progettisti d’armi per l’esercito, incolpevoli fino al momento esatto in cui diventano un pochino troppo bravi nel loro compito. Tolto il camice, l’esperimento si è compiuto con precisione atomica.

rai

Luca Di Ciaccio • 28 febbraio 2014


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