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La grande bruttezza

Tra la bellezza metafisica e la bruttezza fisica si vive nella capitale, sentendosi come facce di ostaggi e di rapiti appesi a turno fuori dalle finestre del Campidoglio, innocue prede di amministratori ora rapaci ora disorientati, consolati dal rossastro delle facciate dei palazzi, quello delle dimore nobiliari in centro come delle edificazioni caltagironiane aggrappate al raccordo, che riluce sotto una nuvola di depressione. Roma è il prestanome delle nostre coscienze poco serene, anche se non ci chiamiamo Jep Gambardella e se non vinceremo mai un Oscar. Il declino della capitale ormai è un genere giornalistico consolidato, perfetta miscela di rancori e impotenze. La città senza referenti, sommatoria di riprese diverse, stili diversi e suggestioni architettoniche diverse è un paesaggio più mentale che geografico. La si attraversa scovando bellezze nascoste mentre cerchiamo invano bellezze nei nostri ricordi, o nelle nostre speranze.

Si dice che al centro dell’ellisse michelangiolesca del Campidoglio ci sia il centro geometrico del grande raccordo anulare che circonda Roma, ma in realtà non è vero, o forse è solo un altro film, che ha vinto un altro premio. Vivi in questa città e la maledici ogni giorno, se prima era fissa e immobile come la cartapesta di un fondale da film ora è implosa, un peso da scaricare, in mezzo al sudore del traffico e a brandelli di immaginario buoni solo per infinocchiare i turisti. Ma la bellezza – grande o piccola – è sempre negli occhi di chi guarda, è ovunque, nelle cose banali, e in quelle orribili, e poi c’è perfino quella che si nasconde nelle bugie, nel tradimento, e nell’abbandonarsi impotenti alle proprie miserie. La bellezza che sta nell’esigenza sopprimibile di essere migliore e in quel che accade quando di colpo chi l’ha soppressa per decenni decide di smettere di farlo.

Luca Di Ciaccio • 6 marzo 2014


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