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La Scala

Dentro la Scala si cammina a passi felpati, pare sempre di disturbare, di non essere all’altezza né dei feroci loggionisti ottuagenari né del vippaio più mondano che culturale visto alle prime in televisione, né dell’aristocrazia sette e ottocentesca dei vecchi palchi, usati a loro tempo come uffici e cucine e boudoir né di tutta quell’arte, quello spettacolo e quel sublime che è passato su quel palco, bellezze leggiadre, voci potenti, ieratici maestri, eccentrici registi. Il teatro è un mare di oro e velluto rosso che intuisci affacciandoti dall’oblò dei palchi, che affacciano sulle prove del prossimo spettacolo come ponti di una nave abituata a tutte le tempeste. Solo il dietro il palco la nave svela la sua sala macchina spaventosa ed efficiente, fatta di funi, cavi, ruote meccaniche e altezze da vertigine. Eserciti di tecnici e operai forse ignoti perfino agli antagonisti che ogni anno vengono a lanciare uova sulle pellicce delle signore che vanno alla prima.

Tutta la struttura del teatro è immaginata come una macchina di ermetiche e calibrate esclusioni sociali: gli ingressi separati per i meno nobili palchi superiori, da quella che pare una scalinata di servizio, i foyer rigorosamente distinti e di diversa fattura, marmi contro parquet, le corde rosse e i mantelli neri pronti a sbarrare il passo agli intrusi, i cognomi dell’aristocrazia milanese scolpiti nel salone, a perenne memoria dei benefattori del teatro, i giornalisti del giornale della sera dichiarati senza remore come persone non gradite. Alla Scala tutto ciò sembra avere ancora un senso, nonostante le rivoluzioni abbadiane, gli sconti giovanili, le innumerevoli contestazioni. Tutto, da una sala all’altra, dai corridoi fin sotto il palco tra legni e botole, ha il sapore dei passi perduti.

milanoteatro

Luca Di Ciaccio • 15 marzo 2014


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