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Gabbiani di città

Un tempo i gabbiani volavano ad ali spiegate in tanti quadri e poesie di artisti un po’ naif, si libravano nel cielo azzurro, sotto nuvole bianche e mari infiniti, nell’armonia più ingenua, come virgole di un discorso misterioso, annunciavano libri con pretese di saggezza o sigle di spazi televisivi autogestiti. Adesso invadono il cielo cittadino, lanciano stridi inquietanti, volteggiano alla ricerca di qualcosa di marcio da acchiappare, si dividono il cielo con le cornacchie nere, azzannano le innocenti colombe papali. C’è sempre un animale che, inascoltato, segnala l’arrivo dei flagelli epocali e dunque nessuno sa ancora dire di cosa è presagio quella turba di gabbiani che al mattino si addensa sull’Altare della Patria, “scambiandolo per una rupe sull’acqua” dicono gli etologi più esperti. La memoria torna a una delle scene più celebri del cinema di Hitchcock, alle cornacchie posate sui fili fuori della scuola elementare, prima poche, poi tante e poi tantissime, alla corsa disperata dei bambini assaliti da quegli uccellacci neri. Ma nel crepuscolo romano, le onde dei gabbiani in alto e quelle dei turisti in basso formano quasi un unico sciame, e più che alla cupezza di un film viene da pensare a certi quadri romantici, con le rovine e il traffico al posto delle onde del mare.

Luca Di Ciaccio • 21 marzo 2014


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