Ludik

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Speranze e lamenti

In fondo tifavi per loro, ma loro hanno vinto e adesso quasi ti vergogni ad ammetterlo. Quando erano solo una spilletta sulla giacca, una figurina sconosciuta affacciata a un balcone, un vincitore morale di un’elezione persa, tutto sembrava possibile. Che importanza ha sapere chi era o chi è è veramente l’oggetto di culto? L’importante è fingere che lui sappia chi sei tu, credere che ogni volta che indichi una strada, un traguardo, una rincorsa, credere che in quel momento stia indicando proprio te. Meglio non sapere esattamente a chi o a che cosa ci si sta votando, o chi o che cosa si sta votando. Che sia un contenitore, un’idea pura, il passato che allude a ogni possibile futuro. Avresti voluto un presidente americano come lui, un papa come lui, un presidente del consiglio come lui, un regista vincitore di Oscar come lui, ma ora sei bloccato nel traffico di Roma, sotto un cielo di polveri sottili, e maledici il traffico.

Trentenni e quarantenni hanno conquistato il potere, e ora? – si domandano i giornali che piacciono alla gente che piace e che piacciono anche a te nei giorni in cui ti piaci. Le icone, noi nati troppo tardi, non ce le siamo mai potute scegliere. “Siamo rovinati, ci piaceva di più lamentarci”. Ci si lamentava, è vero, ognuno a modo suo, chi firmando appelli e costruendo carriere e chi in privato davanti ad aperitivi non troppo cari, e nel frattempo si lavorava, si firmavano contratti o mutui trentennali, ci si innamorava, si compravano biciclette per spostarsi tra le rovine dei fori romani o tra quelle della tangenziale est, si votava alle primarie, ci si reinventava freelance anche nell’amore, si accettavano senza sensi di colpa gli aiuti economici di padri e madri ormai fissati con le teorie sulla decrescita felice, e si decresceva ma quasi mai felicemente, si soffriva, invidiando la fuga dei cervelli, biasimando i talent e i talk show senza mai perdersene uno, distillando cinismo in centosessanta caratteri, scommettendo sulla recessione infinita, come diceva la frase simbolo di un film di appena pochi mesi fa “avete scommesso sulla rovina di questo Paese, e avete vinto”.

In fondo volevi l’inizio di una storia, ma quello che ti manca è la nostalgia di una fine. Preferiresti avere tra le mani qualcosa che finisca adesso perché possa non finire più: un fantasma a futura memoria, il dolce rimpianto che verrà, quella cosa che, arrivati al fondo di una vita con alti e bassi, potrai rievocare per dire che abbiamo avuto l’altra possibilità e se avesse continuato a piovere, se non ci fosse stato l’incidente, se non avessimo troncato, se non fosse finito tutto in un comizio sotto la pioggia, allora sarebbe stato stupendo, avremmo vissuto tutti felici e contenti.

Luca Di Ciaccio • 28 marzo 2014


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