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Piccoli pride

Anni fa, seduti attorno a un tavolo vicino al mare, si immaginava cosa sarebbe successo se ci fosse stato un gay pride a Gaeta. Erano giorni appiccicosi di guardie armate sulla spiaggia naturista e campagne clericali sulle coppie di fatto, moralizzatori costumati e libertini in libera uscita, si scherzava ma anche no, perché la libertà è sempre una cosa seria, e l’uguaglianza dei diritti ci vede sempre troppo indietro, come corridori che arrancano, lontani dal traguardo che da molte parti del mondo è stato già raggiunto. Ma eravamo rimasti lì, seduti a quel tavolo, a dirci che figurati se succede. Oggi qualcuno l’ha fatto sul serio, nel centro di Formia, che di Gaeta è la sorella meno bella ma più sbarazzina, quella che ha i negozi coi vestiti alla moda, il primo grattacielo del golfo, il McDonald’s, e ora ha pure il gay pride. L’ha organizzato uno studente di vent’anni, l’età giusta per alzarsi la mattina e non vergognarsi davanti allo specchio. O per non essere se stessi solo lì, nel chiuso di una stanza di casa propria. Guardarsi in faccia e pensare che le cose si possono cambiare. Ha voluto che nel corteo, assieme a gay e lesbiche e transgender, ci fossero anche migranti e disabili. “Non pensiamo – ha detto – che queste cose non ci riguardino perché siamo etero, siamo italiani e perfettamente ‘sani’: pensiamo a chi, al posto nostro, subisce soprusi e soffre quotidianamente. Spesso sono nostri fratelli, nostri figli, nostri amici”.

I marciapiedi delle piccole città di provincia, come ad ogni corteo o manifestazione, non si smentiscono mai, “cos’è questa pagliacciata?”, ma la risposta alle domande, sciocche e superficiali, cammina da sola per le strade del centro, è in quei ragazzi e ragazze, uomini e donne, sorridenti, che ripetono: “la diversità è un elemento naturale”, “siamo tutti diversi”, dietro uno striscione semplice, fatto in casa, e qualche colorata bandiera arcobaleno. Viene in mente quel verso del poeta Sandro Penna: “Felice chi è diverso essendo egli diverso, ma guai a chi è diverso essendo egli comune”. Si può prendere un treno o un aereo e andare a manifestare dove si vuole, stordirsi dietro casse rimbombanti slogan e musica a cento battiti per minuto, perdersi nelle folle oceaniche di San Francisco o di Berlino, posti dove i pride sono grandi feste sponsorizzate dalle multinazionali, andare a metà giugno a Roma dietro carri pieni di gente che balla a torso nudo, senza capire se sono lì per reclamare sacrosanti diritti o dimenticarsi per un pomeriggio di non averli, ma poi non c’è niente di più bello che ritrovarsi a camminare a testa alta nella propria città, nel proprio paese, insieme ai compagni di strada, pochi e tanti allo stesso tempo, con un orgoglio da rivendicare, in faccia a chi ti guarda male e a chi fa finta di non vederti, a chi ti prendeva in giro a scuola e a chi non ti aspetteresti di trovare nel buio di un piazzale di periferia.

Si parla spesso di fuga dei cervelli, non solo dall’Italia verso l’estero ma anche dalla provincia verso le grandi città. In cerca di un lavoro nemmeno più garantito e di opportunità non sempre migliori, tante energie giovani, tante persone sveglie lasciano la propria terra, i propri paesi dove avrebbero potuto realizzare progetti, imprese, idee. Non è solo una perdita economica ma anche una perdita di sviluppo sociale. Un fossato che si scava. Penso a Francescopaolo, che era nel corteo di ieri a Formia, un cittadino di Gaeta che come tanti è andato fuori per studio e per lavoro, e fuori ha trovato il compagno della sua vita, e fuori addirittura – per forza – da questo Paese ha trovato il modo di avere e crescere insieme una figlia, di diventare a tutti gli effetti una famiglia, tranne che per la legge italiana. Conoscevo già la sua storia, sapere che ieri ha scelto di esserci, lì dalle nostre parti, gli ha fatto onore. C’è chi torna a impegnarsi nei propri luoghi, per renderli migliori, per non lasciarli tutti a chi non li merita: nel lavoro, nell’imprenditorialità, nella creatività, nella politica. Mentre passava il corteo, dietro qualche finestra un ragazzino che si immagina diverso, o teme di esserlo, si sarà sentito forse meno solo. Si cammina, metro dopo metro, sapendo che la strada è quella giusta.

formiaprides

Avatar Luca Di Ciaccio • 30 Aprile 2014


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