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Il Baronato Quattro Bellezze

Dominot lo ricordava ancora solo chi era capitato qualche sera al “Baronato Quattro Bellezze”, il suo locale, due stanze in un vicolo in faccia a Castel Sant’Angelo. Era il suo piccolo regno, popolato di oggetti bizzarri e bizzarrie viventi, un carillon spiaggiato sulle rive di un’altra epoca, di una dolce vita ormai scomparsa, che continuava ancora a suonare qualche nota. Lì, una sera alla settimana, questo signore senza età, dalla pelle diafana e dal portamento aristocratico, saliva sul bancone di legno del bar e diventava Edith Piaf. Una tenda di velluto ricopriva tutto, mentre le luci si abbassavano, e un abito luccicava dal fondo della stanza, sopra un corpo smagrito dagli anni. Girava tra i tavoli dispensando una canzone, un ricordo, un rimpianto. L’aveva conosciuta la Piaf a Parigi, in fondo a notti in cui molti destini si confondevano, “e certe volte sempre lei, la Piaf, andava nei cortili a cantare, dove la gente non la riconosceva e infatti la prendeva a male parole”. Un cavalluccio da giostra antica faceva da quinta luccicante allo spettacolo d’arte varia di un tempo che fu.

“Mon cher enfant, mon cher amì, mon cher amour Pasolinì” cantava fino alla commozione, ricordando l’amico poeta, gli anni ruggenti della sua dolce vita romana, le chiacchierate con Fellini che in fondo era anche lui “un piccolo borghese di provincia”, poi le notti infinite dentro un mondo che lo cercava e lo respingeva. Nella scena finale del film La Dolce Vita, all’alba sulla spiaggia di fronte a una villa di Fregene, Dominot è in boa di struzzo, lamentandosi per il trucco  che se n’era andato, zompetta accanto a Mastroianni dalla pineta verso il mare. Alla fine della sua futile chiacchiera pronuncia la frase: “Nel 65 sarà tutta una depravazione completa…”. Continuava a ripeterla quella strana profezia, anche a distanza di decenni.

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Avatar Luca Di Ciaccio • 19 Ottobre 2014


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