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Il contagio delle periferie

La tangenziale è un arcobaleno di cemento. Le automobili la percorrono come dischi nello spazio, in una nuvolosa domenica d’autunno senza partite. Le mura aureliane sono alle nostre spalle, come il centro storico dei turisti e dei souvenir, i cancelli del vecchio scalo merci chiusi e arrugginiti come in un vecchio incubo atomico, ma è solo domenica, qualche ragionier Fantozzi starà già pensando alla sveglia del lunedì, dalla sua finestra con vista tangenziale. Le periferie sono un puntino laggiù, come sulla mappa del prestigioso settimanale di notizie dai giornali di tutto il mondo, in fondo per noi seduti al bar del Pigneto, Tor Sapienza è come Bombay, e però la solitudine di quei puntini blu è anche la nostra, mentre percorriamo avanti e indietro la città e cerchiamo il percorso con meno traffico, svolta a destra, poi svolta a sinistra, alimentati dalla rabbia che è una benzina sempre più a basso costo, eppure c’è sempre qualcosa che resta fuori dai radar. Marziani e aborigeni, zingari e apache. Viene in mente la mappa del Risiko alla romana, che qualche buontempone aveva ribatezzato Rosiko: Non solo Centro, Territori del nord ovest, Grande oriente, Quasi Australia, Verso il mare, Oltre il Gianicolo. E Tor Sapienza, dove mi rimane?

Di città ne esistono almeno due, come i due palazzi che si guardano nel quartiere che ora sfoga la sua rabbia contro gli ultimi della lista, entrambi affacciati su un viale di ordinaria bruttezza.  Si fa a botte, si commettono reati, si stana “l’altro”, il nero, il diverso, o comunque un bersaglio da colpire. Si viaggi su autobus pieni all’inverosimile, sempre in ritardo, con compagni di viaggio che nessuno vorrebbe a fianco. È un mondo con meno confini ma con più sacchi di sabbia alle finestre. I confini non svaniscono ma sfuggono alla vista, come in una foresta equatoriale di crescenti diseguaglianze, le cime degli alberoni e le fronde dei cespugli non si toccano, non si conoscono nemmeno, vivono sotto climi estranei. È il mondo che verrà, dice. Ma sei fottuto se ti trovi dentro il travaglio di quel parto, mentre l’universo che nasce ti schianta, e la paura ogni giorno dà un mozzico alle piccole certezze.

I giornalisti e gli inviati delle televisioni si calano nella periferia che ribolle col casco coloniale in testa, separano a mani nude quelli che si accapigliano, la gente di fronte alla telecamere recita da gente di professione – “Li pijiano in mezzo ar mare e li portano qua!”, “E affogano a noi!”, “Ma è la volta buona che li ammazzamo tutti!” – così a favore di telecamera, ocl mondo che giudica, e ogni tanto qualcuno crede di smascherare l’inganno – “Che te parli te, che abiti dall’altra parte der quartiere?”, “Che cazzo dici, io ce sono nato qui”, “Pure io”. C’è pure chi tenta di fare l’originale, va nel quartiere alto dei Parioli a verificare le reazioni impaurite degli agiati residenti alla sola ipotesi che un centro di profughi e immigrati finisca lì, affianco alle loro case dall’alto estimo catastale. Ma la vera domanda da fargli, a quelli dei Parioli, sarebbe: ma voi gli abitanti di Tor Sapienza li vorreste come vicini di casa?

Due scioperi al mese, un alluvione a settimana, un caso di cronaca nera al giorno, ma fuori dal guscio rassicurante dei nostri territori siamo tutti marziani appena atterrati con l’astronave, bisognosi di cartine e mappe sul telefonino, o semplicemente di spiegazioni a buon mercato. Gli argini del fiume sembravano così resistenti prima che la piena li travolgesse, e il vicino di casa ci pareva così a modo mentre sua moglie non era ancora scomparsa nel nulla, e questa rabbia nel quartiere chissà dove covava, da nessuna parte, era al baretto sotto casa mia. Quando uno è troppo stanco la sera non ha tempo per caricarsi sulle spalle anche il disagio degli altri, vale per gli arrabbiati delle periferie dove gli unici posti illuminati sono i bancomat come per i disincantati residenti del centro della città, multati nelle zone a traffico limitato. Per l’uomo in auto sulla tangenziale e per l’uomo che spinge una carriola sotto i piloni della strada. A nessuno che venga in mente di cambiare itinerario, solo per una sera, a andare laggiù a farsi un giro.

periferie

Avatar Luca Di Ciaccio • 19 Novembre 2014


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