Ludik

un blog

Nostalgia canaglia

Carlo Conti li guarda orgoglioso, Al Bano e Romina, sul palco di Sanremo: un pezzo di vita, un pezzo di storia di tutti è lì accanto a lui che litiga e non se ne vuole andare, proprio come noi. Eravamo piccoli davanti al televisore, e la felicità era quella roba lì, quella grana un po’ grossa del colore da tubo catodico, il dito passato sullo schermo e quei puntini elettrici che ti sembrava di sentire, come una coperta o una calamita, e naturalmente le poesie e le preghiere imparate a memoria, gli album delle figurine, le palme sul lungomare come d’estate, le mamme con le spalline e i papà con gli occhiali, le canzoni stupide che potevi ballare e saltare sul pavimento della cucina e ovviamente anche quello, come immaginavamo che potesse essere la felicità, un bicchiere di vino con un panino, un biglietto d’auguri pieno di cuori, e la pioggia che scende dietro le tende. E adesso che siamo grandi le cose sentiamo ancora il bisogno di nominarle una alla volta, come nei ritornelli delle canzoni orecchiabili, come una luna indicata con un dito, o un dito illuminato dalla luna.

La nostalgia è sempre canaglia, di certo allettante. Siamo noi quelli traditi dalle televendite, dall’illusione del benessere, dai miracoli elettorali. La televisione la guardiamo sempre, e pure i genitori sono ancora quelli, ci sembrano sempre uguali, un po’ piegati dal tempo e dall’età e dagli strati che la vita ci mette addosso, a loro come a noi, quello che crediamo di essere, quello che gli altri pensano che siamo, i fraintendimenti profondi, i giorni d’odio e le mezz’ore d’amore, le porte che si chiudono alle spalle, il perdersi e il ritrovarsi. La mamma ci sembra ancora bellissima, il papà ci pare sempre più testardo. Vedevamo i genitori degli amici che divorziavano e ne avevamo un po’ paura un po’ voglia, stretti tra l’età in cui chiedevamo solo amore e l’età in cui pretendevamo di essere sempre più liberi. Ogni famiglia ha dentro di sé un concentrato di storie, cene degne di una commedia, problemi lunghi come telenovele, porte che si chiudono portandosi dietro misteri e sguardi, drammi di fronte ai quali non basta abbassare la luce per fare la pace. E ora, di nuovo davanti al televisore, a vedere due signori di mezza età che faticano a tenersi per mano e bisticciano all’idea di darsi un bacetto ma ritornano dopo anni nel posto dove un tempo erano stati felici, e avevano avuto il coraggio di dirlo davanti a tutti, quando quella parola – felicità – si poteva ancora pronunciare senza avvertire il dovere di storcere il naso. Chiamo a mamma, “li hai visti pure tu?”, “si, li ha visti pure papà”. I grandi amori non finiscono, sono come certi democristiani coi capelli bianchi, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Fino a che, come succede a Olive Kitteridge, la burbera protagonista del racconto di Elizabeth Strout, guardiamo le persone che ci stanno accanto e immaginiamo due fette di formaggio svizzero premute insieme, dentro un panino: i buchi che ciascuno ha da dare all’altro, gli strati che la vita strappa all’improvviso e poi rimette subito addosso, i sapori che si mischiano. La felicità, dicevamo: un panino, con un bicchiere di vino.

sanremo

Avatar Luca Di Ciaccio • 12 Febbraio 2015


Previous Post

Next Post