Ludik

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Casa Praz

La sera rientrava nella sua casa, che si era costruita addosso come una chiocciola. Tutti gli oggetti che ne facevano parte erano attimi solidificati, sensazioni rapprese. I desideri, i ricordi, i rimpianti, le nostalgie si insinuavano e si nascondevano tra i mobili, i quadri e le suppellettili, fino a quando quelle stanze erano uno straccio bagnato che grondava sentimenti . Ogni stanza, ogni cassetto era un deposito dell’anima. Non era un esteta né un vero collezionista: non voleva la casa bella ed elegante, la voleva pienissima di cose, per stare lontano dal vuoto come si starebbe lontano da un burrone, da un balcone senza ringhiera. Contemplava una poltrona o un vecchio orologio a cucù ed era come riflettersi in uno specchio. Mobili impero, case di bambola, cere, ventagli, quadri d’interni, libri rilegati. Attimi catturati, uccisi e appesi al muro. Come se in quel momento la vita si fosse arrestata, nell’illusione che il battito del mondo si fosse fermato. Tutto nella sua casa sembrava protetto da una campana di vetro: le cose vivevano la loro esistenza silenziosa, e i suoi pensieri in fondo all’anima dormivano come animali in letargo nell’inverno che potrebbe durare una vita.

Lui sapeva che trasformare la vita in oggetti in fondo è un peccato. Si sentiva colpevole della propria impresa, e a volte si domandava se contemplando mobili Impero, conversation pieces, case di bambole, non avesse perduto la vita che in giovinezza aveva intravisto. Quegli oggetti gli sarebbero sopravvissuti, come il traffico di macchine e di umani che continuava indifferente a scorrere sotto le finestre del suo palazzo. Ma come sarebbe stata, si chiedeva ogni tanto, la sua vita senza quegli oggetti a riempirla? Forse l’avrebbe, infine, vissuta? Gli sembrava di aver fallito in tutto, riempiendo la sua casa di cose morte, uccidendo attimi di tempo, possedendo un’esistenza che non gli apparteneva. Eppure le uniche gioie che avesse provato, gli unici presentimenti di un mondo superiore gliele avevano date proprio quelle cose immobili, silenziose, che aveva contemplato per tanto tempo. Senza immaginare che in fondo alla stanza una guardiana sonnacchiosa di un piccolo museo avesse atteso il prossimo raro visitatore.

Avatar Luca Di Ciaccio • 28 Febbraio 2015


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