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Un metrò chiamato desiderio

Anvedi, che meraviglia, ma è aperta davvero, com’è nuova, com’è precisa, com’è bella, anzi bella forse no però viaggia, e de che te lamenti. Sempre interessante osservare la stupefazione dei romani di fronte alle cose nuove, l’espressione di sorpresa mista a incredulità per essere costretti a sospendere, seppur momentaneamente, il perenne stato di scazzatura e indignazione e dovere invece ammettere l’esistenza di un istante di pura serenità, di immeritata soddisfazione di fronte a un’opera non del tutto compiuta ma che indiscutibilmente, almeno per ora, facendo gli scongiuri, “aho, funziona!”. Ecco dunque la linea C della metropolitana di Roma che apre quando ormai non ci credeva più nessuno – “n’altro po’ e arrestavano tutti” – dando finalmente un senso a quelle piramidine di vetro e quelle vele bianche d’acciaio dall’aria assiro-babilonese che se ne stavano lì da tempo ormai immemorabile, fino a pochi mesi fa ancora nascoste da eterne palizzate di lavori in corso e contenziosi amministrativi.

Noi poveracci restati in città in questo weekend lungo di festa patronale ci sentiamo come se ci fossimo potuti permettere un viaggetto in qualche capitale europea. Al modico prezzo di 1,5 euro per 100 minuti il brivido di poter esclamare, dentro vagoni puliti e silenziosi, che non sembra nemmeno di stare a Roma. Salvo osservare che tutto attorno a noi è molto romano: le signore che discutono del prezzo del tonno in scatola, “alla Sma di piazza Malatesta costa de meno e mo’ ci arrivi con due fermate”, il papà borgataro con bimbi al seguito urlanti come al luna park, il giovane pignetaro che calcola quanto salirà la quotazione del bilocale acquistato nel 2008 ai massimi di mercato coi soldi dei genitori, gli immancabili umarells fermi in banchina a vedere se davvero le porte automatiche si aprono alla stessa altezza delle porte dei vagoni, famigliole multietniche in implacabile via di romanizzazione, con piccini al seguito già con la maglia di Totti, anziane signore prenestine e casiline ansiose di sapere quando verrà ultimato il fatidico collegamento con San Giovanni, “che qua chiami n’ambulanza e n’ariva mai, almeno co a’ metro all’ospedale c’arivi subito, è comodo”.

E però, all’altezza della fermata Teano, il silenzio si abbatte sull’intero vagone in gita. Le porte scorrevoli perfettamente allineate con la barriera di banchina, anch’esse gestite con tecnologia driverless da remoto, come un drone in Afghanistan, per un lungo interminabile minuto non si chiudono. Il treno sembra non voler ripartire. Un enorme “l’avevo detto io” aleggia tra gli sguardi dei passeggeri. Già si pregusta il sapore familiare, quasi rassicurante, del disagio, del malfunzionamento, della lamentela. Aria di casa. La mano scivola verso lo smartphone, e si sospetta persino che sulla nuova linea non abbiano messo la copertura telefonica apposta per impedire il sacro diritto alla denuncia in tempo reale su blog e pagine facebook tipo Romafaschifo e simili. Ma dopo un lungo minuto le porte si chiudono e il treno riparte, sfrecciando nelle viscere del Pigneto, soltanto con il suono di un sospiro di sollievo. Il viaggio ricomincia, dentro questa metropolitana che corre avanti e indietro sotto il formicaio dell’oriente romano senza ancora portare da nessuna parte, perché al capolinea di piazza Lodi non c’è molto da fare se non scrutare all’orizzonte i lavori ancora in corso verso San Giovanni in Laterano, e più giù l’Amba Aradam e i Fori Imperiali. Da qualche parte laggiù si immaginano ritrovamenti archeologici dentro gli scavi, talpe bloccate e dilemmi archeologici insolubili, come naturalmente in “Roma” di Fellini. Ancora nemmeno una zingarella, sui vagoni nuovi di pacca, a cantare La Solitudine di Laura Pausini con una tastiera midi, per accentuare la malinconia del momento.

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Luca Di Ciaccio • 30 Giugno 2015


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