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I giardini delle moschee

Ci sono moschee dove non ti lasciano nemmeno entrare se non sei un seguace dell’Islam. Altre così austere da schiacciarti. Altre ancora, intrise di furore guerriero, sorvegliate da guardiani implacabili. In alcune moschee, finita la preghiera, la gente ci resta. Vedi famiglie fare il picnic, bambini giocare a pallone tra donne nero vestite, uomini fumare seduti con la schiena alle secolari colonne, ragazzi distesi all’ombra dei preziosi lampadari. E, tanti, dormire: sul marmo, riscaldati dal sole, o sui tappeti, russando rivolti al cielo. Pregano, dormono? In fondo trovare la pace è tra i più nobili scopi che la vita possa avere. Il riposo si viene cercando in un luogo sacro, tra braccia accoglienti.

Prima di entrare in una moschea bisogna lasciare all’ingresso le proprie scarpe. Dentro non ci sono immagini, né del profeta né della divinità, non ci sono santi e madri, non ci sono occhi che ti guardano a suggerirti risposte, si è soli davanti al mistero finché non si accetta l’idea che se ne è parte. Si sta chinati o in silenzio o in piedi. Chi viene da altre latitudini religiose cerca con gli occhi un centro che non c’è. Chi non crede si chiede se sarebbe più facile credere in ciò che si vede o in ciò che non si vede, e se ne varrà poi la pena. È questa idea di assoluto che affascina e spaventa, l’idea di ciò che nasce dal deserto, la tentazione di rendere un deserto il mondo che ci circonda inseguendo la perfezione che non deve chiedere permesso. È inutile nel deserto scrivere i novantanove nomi di dio, e anche il nostro: sabbia erano e sabbia torneranno. Eppure com’è strana la vita che scorre attorno ai luoghi sacri. Viene sempre voglia di applaudire i profeti che caccerebbero i mercanti dal tempio o rimproverebbero con severità chi gioca a pallone, sorseggia un the o si sdraia dietro una colonna. Eppure quella vita che scorre, a volte pigra a volte truffaldina, è un contraltare all’assoluto, una confidenza non richiesta.

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Luca Di Ciaccio • 18 agosto 2015


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