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Quel che resta di Pompei

Pompei è un paradiso di rovine. Rovine in pietra, in marmo, in mattoni, in tufo e in terriccio, una città che il tempo della rovina aveva salvato sotto la terra  e che è stata scavata e riportata alla luce per noi, per renderci padroni e spettatori delle rovine che tanto ci dicono e poco ci insegnano è tornata nella luce del tempo, gloria e distruzione, e finirà come tutto finisce, nel mondo per niente asettico del tempo atmosferico, del sole e della pioggia, del vento del caldo e del gelo. Finirà nonostante le premure di archeologi e scalpellini sotto il sole di un pomeriggio d’estate, gli sguardi d’ammirazione dei turisti e i milioni di parole inutili e sprezzanti sulla rovina che va in rovina, sulla manutenzione e sul declino. Pompei intanto sta lì, con molti turisti, incerte guide, pochissimi cartelli, così che ogni cosa possa essere più immaginata che documentata. Il foro, le case, il lupanare, la palestra grande, le terme, le botteghe, i teatri, la caserma dei gladiatori, la villa dei misteri. E quattro cani vecchi e stanchi all’ingresso, randagi adottati dalla Sovrintendenza, promossi a cittadini onorari delle macerie, stesi al sole come vecchi servitori dello Stato in pensione. Non permettete agli “stray dogs” contatto alcuno, dice un avviso bilingue ai visitatori attaccato a una transenna. Forse è proprio il degrado che fa rientrare da tutte le parti la vita dentro la città che da circa duemila anni doveva essere morta e sepolta, e la fa vivere di nuovo, perfino con le scritte d’amore sulle pietre antiche, con le guide che inventano storie inverosimili d’amore e di guerra, coi disegnini fatti da un dito sulla polvere della teca che conserva il calco di un uomo pietrificato, col cave canem che dorme placido all’ombra della stanza di una domus. Forse è più facile governare una viva città caotica del Mediterraneo come Napoli o come Atene che governare Pompei.

Fuori dal parco archeologico le madonne di Pompei si contendono spazio e clienti con guerrieri romani, sulle bancarelle si combatte l’ultima guerra tra estinti pagani e cristiani riconsacrati, la mentula e il rosario, priapo e il crocifisso, dissipatezza finita sotto il fuoco e la cenere e devozione del santuario eretto proprio affianco, quasi sopra, alle vecchie rovine, sempre bisogna marcare il territorio, anche sulla terra dove tutto è sepolto, Pompei è come la coscienza ricca di vestigia sommerse. Tutto l’intasamento attorno all’antica Pompei è la vita che incombe, i torpedoni di turisti giapponesi e tedeschi e americani, i parcheggi due euro l’ora sbandierati come amuleti in mezzo al traffico, le ville decadute e i palazzoni nuovi e già vecchi, miseria e nobiltà, storia e archeologia, che si pigliano a cazzotti come due venditori di bottigliette d’acqua fuori dalle rovine e si inalberano come una signora indignata che non si può pagare col bancomat e non si può avere nemmeno una guida all’ingresso di Pompei, senza sapere che non c’è guida che tenga sotto i vulcani addormentati.

pompei

Avatar Luca Di Ciaccio • 21 Agosto 2015


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