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Piccolo mondo Expo

Una fila lunghissima ma senza lamentarsi, in piedi uno dietro l’altro sotto il sole nel nulla tangenziale milanese, una lenta processione attraverso muri vuoti, schermi pieni, calpestando pavimenti luminosi, infilandosi nei discorsi dei vicini con un’euforia da apprendisti stregoni, aggirandosi tra istallazioni e dubbie esibizioni di uomini e donne esposti in piccole stanze mentre sono intenti a svolgere i lavori artigianali della tradizione del luogo, come se fossero in vetrina, sotto gli sguardi estasiati e rapiti del pubblico che intanto avanza, fino a salire in cima, sempre più sù, conquistando l’agognata terrazza per affacciarsi infine sul panorama più infrastrutturato d’Italia: autostrade e ferrovie, svincoli, alte velocità e scie di aerei nei cielo, tutto un andare e uno spostarsi e in mezzo quaggiù la fantasmagorica e inspiegabile Esposizione Universale, per i contemporanei semplicemente Expo.

“Nutrire il pianeta, energia per la vita” dice il claim dell’evento. Si tocca ogni tanto del cibo, tra il lungo decumano rovente e gli affollati padiglioni nazionali, ma quasi sempre la consistenza è quella della plastica o della cartapesta o dei led di schermi infiniti da carezzare o della gommapiuma di mascotte a forma di ortaggio. Sarà una grande metafora? Guardare e non toccare, sarà così anche coi nuovi grattacieli milanesi ormai dell’Emiro? E nel ripetermi la domanda mi rimbomba nella testa la voce di Marcello Mastroianni nella Grande abbuffata: “Bisogna mangiare!”, facendo eco a Tognazzi e al sofferente Michel Piccoli, “Se non mangi, tu non puoi morire!”. Sorpresa, stupore e impulsi incontrollati.

La prima cosa che mi colpisce è come i padiglioni abbiano tutti la stessa dignità: non si distingue tra Nutella e Turkmenistan, tra Coca Cola e Polonia, di fronte a cartelli che indicano: “Regno Unito-Vaticano-Franciacorta”. Mi abbandono a una fantasia in cui le milizie private di Samsung dichiarano guerra all’Uruguay che si allea con Ferrero e risponde annientando le Marche. Poi l’ologramma della famiglia Obama esce dal padiglione degli Stati Uniti d’America mentre Putin emerge dalla “terra russa” religiosamente conservata nel suo padiglione nazionale. Uno stormo di api killer agli ordini della loro regina sciama fuori dal gigantesco alveare ricostruito dal Regno Unito mentre il pantagruelico e obeso Foody guida una delegazione di “guardiani del cibo” con i loro gonnellini assemblati con piatti, e polli al posto degli elmi e un casco blu dell’Onu con la testa. McDonald allora lancia ordigni chimici di maionese sui territori nemici di Slow Food e inutilmente l’Iran tenta di mettere pace regalando tisane atomiche. Un ondata di migranti si abbatte dai cluster spartani e stretti dei paesi africani e orientali verso i padiglioni più agiati sul decumano centrale. All’altezza di Eataly si innalza un muro di filo spinato, mentre nelle repubbliche baltiche le hostess ballano tra di loro come se non ci fosse un domani. Nel microclima della foresta austriaca si annidano staffette partigiane. Sentinelle sull’Albero della Vita lanciano segnali all’orizzonte. L’Expo sarà come fare il giro del mondo, ma a poche fermate di metropolitana dal centro di Milano e al modico prezzo di 35 euro, promettono le pubblicità. E crederci regala un’eccitante e preoccupata euforia. Ma in fondo la sera e il buio sono scesi da un pezzo, siamo stanchi e pieni di nuove visioni ed emozioni da elaborare, e in massa, sempre dentro al flusso, ritorniamo tutti verso casa. In questo sabato qualunque, un sabato italiano, il peggio sembra essere passato, la notte è un dirigibile che ci porta via lontano.

expo2015milano

Avatar Luca Di Ciaccio • 2 Ottobre 2015


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