Ludik

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Memorie urbane

Decine, centinaia di segni ha la città. Forse saranno uno per ogni giorno dell’anno, potrei affacciarmi a un davanzale diverso ogni mattina, col sole e con la pioggia, col vento e il rumore del mare grosso o con il caldo e lo sbattere delle ciabatte sull’asfalto, e ogni volta constatare il degrado lento dello splendore, la città azzurra bordarta di nero, lasciato colare come trucco sul volto. Così mi affaccio una mattina alla finestra della casa in cui sono cresciuto, sopra la ciminiera e i vecchi capannoni della fabbrica abbandonata, lì sulla cisterna che resiste implacabile da anni di abbandono la vedo, è un aquila nera che spicca il volo. Memoria urbana che emerge allo scoperto, viene a galla nei paesaggi di una provincia distratta, che all’inizio non ci fa caso a quei ragazzi con spray e nastri adesivi e litri di vernice, a quei disegni che si fermano addosso a vecchie mura, senza che nessuno li abbia chiamati.

Questa nostra piccola città ci pare una bella addormentata in riva al mare, che sogna talvolta il suo passato grandioso e feroce, sotto l’anestesia di un presente senza sbocchi, e ora quest’arte contemporanea arriva fino qui, come fosse passata indenne da New York e Londra e Berlino, dai writer nottambuli inseguiti dalla polizia fino ai cataloghi promossi dall’ultimo assessorato alla cultura. Un dirigibile di filo spinato prende il volo sopra il vecchio cimitero, un uomo spara un colpo da un pistola ad acqua dietro le scuole medie, due unicorni inseguono un pallone sul cancello del campo sportivo senza prato, un ragazzo e una ragazza eternati in un’età bellissima e rimpianta guardano Corso Italia, occhi così scuri da non capire se sono chiusi o aperti in quel vecchio che dà le spalle al Municipio, finestre che si aprono su una parete della scuola che misteriosamente non ne ha, la famosa nave da crociera nell’attimo del suo inabissarsi dietro gli stabilimenti balneari, ma i passanti la guardano male e pensano che porti sfiga, una donna ricoperta d’edera e spine di rosa come una terra di nessuno, un bimbo circondato dai suoi giocattoli inanimati dietro il porto dove i giochi talvolta sono pericolosi, un uomo che sembra uno scimmione e si addormenta sul tetto della città vecchia, visto solo dai vicini di casa, dai droni e dai gabbiani. Sono dettagli di ricordi che non sapevamo nemmeno di avere, anche se sotto quel semaforo ci fermiamo ogni mattina, di fronte a quel cancello ricevemmo un bacio inaspettato, dietro quei palazzi c’era la casa dei nonni. E se ci fossero ancora le vecchie mura della fortezza, forse oggi faremmo dipingere anche quelle di tutti i colori, e stavolta sarebbe un modo bellissimo per buttarle giù.

Luca Di Ciaccio • 25 Ottobre 2015


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