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Le luci nella notte

In uno dei tanti commenti dopo la strage nella discoteca Pulse a Orlando, in Florida, ho letto una cosa che mi ha colpito molto. Richard Kim su The Nation: “I locali gay non sono semplicemente esercizi commerciali autorizzati in cui delle persone omosessuali pagano dei soldi in cambio di un drink. I gay bar sono una terapia per persone che non possono permettersi di andare in terapia. Sono chiese per persone che hanno perso la loro religione, o che la religione ha perso. Sono vacanze per persone che non possono andare in vacanza. Case per gente che non ha una famiglia. Santuari contro le aggressioni. Prendono il suono e il tessuto e la carne del mondo ordinario e, col favore delle tenebre, li trasformano in qualcosa che sfiora l’utopia”.

Certe volte provo a spogliare le persone con gli occhi. Non sempre questo avviene per mero desiderio sessuale. A volte è solo l’impressione di vedere cosa potrebbero essere le stesse persone in un luogo diverso, in un’altra epoca, in un’altra storia, con un’altra persona al loro fianco, o soltanto da un’altra parte. Fuori da una porta, per esempio. In un locale gay prova a spogliare le persone con gli occhi. Non per banale desiderio. Prova a farlo pensandole fuori da lì. Guardale quando escono e si allontanano nella notte o alle prime luci dell’alba. Le mani che si separano, la cadenza che si allinea, la postura che si smuove. I vestiti che riprendono già il sapore dell’uniforme. I baci dati con gli occhi e non più con la bocca. Guardale mentre ballano o cantano come se non ci fosse un domani o come se ci fossero tanti ieri da dimenticare. Ci sono fuori da quella porta case e famiglie e uffici e chiese dove non puoi essere quello che sei. Mentre lì dentro, in queste discoteche, in questi bar, in questi locali, sotto quelle luci invadenti, quei soffitti bassi, quei glitter appiccicati sopra il cartongesso, sì. Lì ci si può sentire al sicuro. Si può imparare ad odiarsi di meno, ad amare piano piano di più. Se stessi, poi gli altri. A capire che la vera famiglia è quella che ci scegliamo, quella dove possiamo essere ciò che siamo.

Una corona di luci blu stava lì di fronte a noi, sabato sera, dopo che il lungo fiume del Pride romano era rifluito in mille rivoli, e noi eravamo rimasti spiaggiati in uno di questi, davanti quei bar affianco al Colosseo. Lampeggiavano le luci blu dall’altra parte della strada, dal lato opposto alle lampadine colorate, alla musica, al chiasso di voci e risate e bottiglie di birra e bicchieri di cocktail. Potevi far finta di non vederle, non farci caso, oppure potevi fare come quella ragazza laggiù, coi capelli ricci e gli occhiali e una tuta grigia e rosa, così persa nel suo ballo solitario, così contorta dal ritmo della musica che arriva dal palco, come se stesse spezzando chissà quali catene, come ci ci fosse solo lei e il resto non importa, almeno stanotte. Dietro quella corona di luci c’erano uomini e donne che forse mugugnavano nelle loro divise, appoggiati al furgoncino della polizia, buttando un’altra sigaretta, pensando con riprovazione oppure con invidia al divertimento di quelli laggiù, che qualcuno aveva ordinato fosse il caso di proteggere. Chi poteva arrivare dall’alto del colle antico della capitale per assaltare quattro froci? Non si sa mai. Eccole laggiù, le luci della città sopra la collina, come dicevano una volta in America. Le nostre luci pacchiane e notturne, che qualcuno vorrebbe spegnere. Le luci delle polizie e della ambulanze che intanto vegliano fuori da un locale. Le luci ai confini della nostra libertà.

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Avatar Luca Di Ciaccio • 14 Giugno 2016


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