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Il sonno dell’usciera, il sonno della ragione

L’orologio segna mezzogiorno e cinque, il quadro alla parete è una copia di mille copie di un vecchio dipinto in bianco e nero del santuario dell’Annunziata, i calendari sono due, appesi alla parete, si coprono e si confondono a vicenda come le scadenze, un attaccapanni vuoto, un avviso su come maneggiare un’estintore, un filo elettrico rosso che spunta fuori dal muro, una stampante scanner abbastanza moderna, delle risme di fogli A4 in uno scatolo poggiato per terra, una cartellina arancione poggiata solitaria sul bancone di legno compensato, forse ce l’aveva in mano l’anonimo che ha scattato la foto, magari irritato dalle mille attese e dai mille rinvii che chiunque abbia in sorte di frequentare un ufficio della pubblica amministrazione ben conosce. Forse doveva chiedere un’informazione e la persona addetta al banco da usciere era lì come lo scatto l’ha immortalata: una signora sovrappeso, un po’ avanti con gli anni, reclinata sulla sedia, con la bocca mezza aperta in una smorfia, gli occhi chiusi. Avrà sentito se russava? Avrà provato a chiamarla, a svegliarla con un colpo di tosse forte e ben assestato? Si sarà assicurato almeno che stava bene, che di semplice sonno si trattava e non di un malore? Di momentanea défaillance invece che di comprovato lassismo meritevole di licenziamento e pubblico disonore? Avrà chiesto a qualcuno nei pressi? O forse avrà pensato a quanti like quella foto avrebbe ottenuto una volta pubblicata su Facebook, e allora un clic e via?

“Comune di Gaeta: si lavora e si fatica” recita ironica la didascalia accanto alla foto, sulla pagina ironica “Gente che esiste realmente”. Intanto la sentenza è stata già emessa:  licenziamento immediato e pubblico disonore. Lo stabiliscono i millemila commenti lì sotto la foto, probabilmente scritti non solo da disoccupati ma pure da dipendenti pubblici e privati, i quali almeno in orario di ufficio hanno l’accortezza di simulare un estenuante lavoro mentre scorrono Facebook al computer e non di addormentarsi così, alla mercè del primo telefonino che passa. E viene da pensare che se non i tribunali, istituzioni fallaci e desuete e altrettanto piene di uscieri dormienti, ma già il Gabibbo o le Iene al confronto erano esempi di garantismo, loro almeno il “reo”, il “colpevole” lo facevano parlare, pure se tra un taglio di montaggio e una pernacchia televisiva.  In una delle recenti leggi italiane partorite sull’onda emotiva dell’ennesimo scandalo si è stabilito che al dipendente della pubblica amministrazione colto in flagranza di timbro ingannevole del cartellino spetta il licenziamento nel giro di trenta giorni e senza appello, solo una blanda sospensione in casi come la violenza sessuale o la corruzione sul luogo di lavoro.

Non è tempo di distinguo. Una volta l’usciere zoppo o il messo comunale sbalestrato erano figure tipiche dei piccoli municipi, guardati con ironica simpatia dai cittadini, e sopportati con noncuranza dalla pubblica amministrazione mamma e matrigna, cuscinetto per gli emarginati, in un welfare compassionevole di cui ancora paghiamo il conto. Come il Checco Zalone bambino portato per mano dal papà di ufficio in ufficio, sognando da grande di “fare il posto fisso”. Sarà corretto rimpiangere tutto ciò, oggi che l’unica moneta corrente è quella del risentimento e dell’indignazione? Solo il sospetto che la signora usciera comunale si sentisse poco bene è già agli occhi di molti un segnale di inammissibile debolezza, sospetta complicità. Eppure, sarà il sonno che ci rende tutti indifesi, ma l’usciera di Gaeta consegnata alla pubblica gogna ispira una pena maggiore del vigile in mutande che timbrava il cartellino a Sanremo o del dipendente del ministero a Roma che usciva e rientrava allegramente con le borse della spesa. Il sonno della ragione, si sa, genera mostri. Quello delle usciere in Comune, a volte, pure.

 

Avatar Luca Di Ciaccio • 30 Giugno 2016


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