Ludik

un blog

Il paese che non c’è più

Non ho sentito la scossa. Al risveglio arrivano gli “stai bene” sul telefono e “il mio paese non c’è più” che un sindaco dice alla televisione, negli occhi stropicciati dei giornalisti buttati già dal letto. Primi e semplici cittadini ripetono questa frase, così semplice e così atroce da capire. Come fa un paese a non esserci più? Le strade, le case, i muri, le scuole e i negozi e le chiese, e poi le persone, quelle sempre sedute allo stesso posto e quelle che non escono mai di casa, il fruttivendolo, il prete, la barista, la signora del piano di sopra, il vigile urbano. E i muri, l’asfalto, il basolato calpestato milioni di volte, di corsa oppure passeggiando, mano nella mano oppure soli, con la madre che non c’è più o col figlio che era appena arrivato, ridendo o piangendo, ogni paese è un paesaggio di ricordi, di memorie, di storie vissute e tramandate. Poi basta un niente, pochi centimetri di un placca tettonica nelle profondità della terra, un colpo di tosse della natura, forse una minuscola scollata di spalle di dio, e all’improvviso tutto crolla, tutto finisce. La fine di un mondo.

Non ho sentito la scossa. Per i romani il terremoto è una paura infastidita, un risveglio stanco che si ripete negli anni. La casa trema, il lampadario oscilla, qualcuno esce sul pianerottolo, altri accendono la televisione, molti ora scrivono “terremoto” su Facebook o su Twitter, altre onde si propagano. Si telefona a parenti o amici, si cerca di capire la portata dell’evento, dov’è successo e chi ci sarà da quelle parti, si ripensa a gite fuori porta e seconde case, a un certo punto si vorrebbe anche rimettersi a dormire ma ormai è tardi, il sonno è stato interrotto dalla paura, si cercano informazioni anche se in fondo è inutile, si sa già che dall’indomani serviranno vestiti, generi alimentari, sangue, e soprattutto soldi. Allora richiami gli amici, vedi le prime immagini che arrivano dalle zone colpite, le notizie e la conta dei morti e feriti che peggiora man mano, posti dove eri stato cercando la tranquillità delle domeniche in cui non lavoravi, saliscendi dolci in mezzo a montagne spiritate, paesi di rude gentilezza e tovaglie rosse, “l’Italia che non sa di mondo, che non sa di questo tempo” come dice lo scrittore “paesologo” Franco Arminio. Ma il terrore, il dolore, l’angoscia non ti appartengono davvero, sono solo una percezione, un brutto risveglio, un trasferimento di emozioni, “la città che dicono eterna se l’è cavata come sempre”. Ci sarà il dolore, ci sarà la solidarietà, ci saranno le polemiche. Ti potresti già vedere, tra tre o quattro anni, su quello stesso divano a vedere una puntata di Report sugli sprechi e gli scandali della ricostruzione.

Non ho sentito la scossa. Sono seduto, non cado, ho qui la mia sedia, il tavolo su cui poggio i gomiti, ho qui la cucina, il frigorifero, le mura, i cuscini sul divano, le piante dei piedi che stanno salde sulle mattonelle, le scale da scendere per andare verso una bella giornata d’estate. Non sopporto rivedere ancora le foto di case sventrate, quello sguardo morboso che viola quel che resta di stanze già violentate, resti di camere da letto, fiori sul tavolo, crocifissi alle pareti, televisori e centrini di stoffa. Ho donato dei soldi, mi sono sentito triste, poi ho ascoltato una canzone, mi sono sentito allegro e forse insensibile. La vita continua, senza meriti. Nelle zone del terremoto – quei nomi che adesso tutti hanno imparato a conoscere, Amatrice, Accumoli, Pescara del Tronto, Arquata del Tronto – tra le tende e i primi alloggi di fortuna la prima cosa che gli abitanti sopravvissuti cercano di fare è trasformare quegli accampamenti, quelle sistemazioni provvisorie in quasi case. Una sedia comoda, un quadretto, un tappeto, un tavolino da caffè, finanche un negozio di parrucchiere ricostruito in mezzo alla tendopoli, con le poltrone e i lavandini e tutto. Poi un film da vedere, un pupazzo per i bambini, un mazzo di carte per i vecchi. Le cose non esistono più. Una lavatrice da riempire, una poltrona in cui affondare, un negozio da aprire la mattina. Le abitudini sono sbriciolate. Sedersi fuori al balcone, andare a fare una passeggiata, fermarsi al bar. Nessuno da lontano può capire cosa significa, dopo tutto, restare.

amatriceterremoto

Avatar Luca Di Ciaccio • 28 Agosto 2016


Previous Post

Next Post