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Il paese della taranta

Anche questa terra trema, oscilla, sussulta, a cominciare dal dialetto. “Ci nasce ciucciu nu pote murire cavaddu”, ammonisce un detto: chi nasce asino non può morire cavallo. Una lingue che salta, oscilla, come fosse toccata dal fuoco.  Il Salento, la taranta, la notte. Una notte all’anno accanto alle mura del piccolo paese di Melpignano cresce un altro paese tre volte più grande, il paese del concertone che balla e canta tutta la sera, e poi appena gli amplificatori si spengono questo paese gigante della pizzica e della taranta si riversa tutto intero nel paese piccolo salentino e ogni cosa si illumina, ogni cosa esplode, suona, balla, si dimena fino all’alba, come un fiume carsico che emerge e poi torna sotterraneo, come un soffiata di tramontana che invade la pianura. Fino al giorno dopo, quando il paese torna nel suo sonno della controra perenne, sotto il morso del sole che non avvelena ma addormenta.

Miracolo antropologico, una resurrezione dal corpo, ipotizzò l’illustre etnografo Ernesto de Martino, studiando il fenomeno dei tarantolati (persone affette da una simil forma di epilessia) già sul finire degli anni Cinquanta. Incuriosito da quella danza impazzita che scuoteva il corpo con una musica misteriosa, venuta da lontano, de Martino concluse, parlando del caso di una donna osservata: “Attraverso le scosse del corpo sublima le frustrazioni”. Secondo la leggenda, il morso della tarantola causerebbe delle crisi isteriche, il cui unico rimedio sarebbe una danza catartica. Un retroterra oscuro, di occhi che scrutano dietro finestre chiuse, di arretratezza e sofferenze, di donne rinchiuse e isolate. Eppure un fuoco che soffia e brucia ancora, quando Carmen Consoli, maestra concertatrice di quest’anno, dice che “la guarigione passa anche attraverso il racconto del proprio dolore”.

Luca Di Ciaccio • 30 agosto 2016


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