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Ti ricordi Angkor

Assolutamente cominciare dalla Cambogia, disse l’amica Eleonora cui si chiedevano consigli per il primo viaggio in Asia, enumerando l’incredibile paesaggio dei templi nella giungla, la devozione al buddhismo intriso di tradizioni animiste, i colori delle campagne ravvivate dalle piogge, l’incredibile gentilezza di un popolo nonostante il passato di tragedie e privazioni, la lentezza, la delicatezza dei modi, come le mani giunte all’altezza del viso per salutare. Dev’essere il famoso enigmatico sorriso khmer, eternato su statue di pietra e volti umanissimi. Di fronte al quale ci si chiede come da un popolo così mite sia venuto fuori, appena pochi anni fa, uno dei regimi più efferati e violenti della storia umana. Anche le fiabe cambogiane cominciano col sorriso e terminano nella violenza. Sono ricche di personaggi pittoreschi, re onnipotenti e stravaganti, conigli furbi, coccodrilli avidi, contadini sempliciotti. Ma finiscono tutte in tragedia, si concludono con finali irrazionali, esplosioni di crudeltà che restano impunite.

Nonostante al posto di esploratori romantici o inviati di guerra ora ci siano solo frotte di turisti, in special modo cinesi e giapponesi in gruppi da quaranta, Angkor dà sempre l’impressione al visitatore che la stia scoprendo lui, ora, per la prima volta. Quando il sole esce, a marcare confini ancora confusi dai campi e dalle foreste, è come se sorgesse per la prima volta sulle guglie di Angkor Wat. Spettrali e cupe poco fa, quasi dorate adesso. Rovine dell’antico impero khmer, glorificato e poi dimenticato, mille anni dopo le costruzioni sono ancora parecchie, qualcuna mangiata dalla giungla, stretta in un abbraccio ormai inestricabile ma scenografico con radici e mangrovie. I templi erano di pietra, le abitazioni e le botteghe erano di legno, e dunque i primi sono rimasti. Non si sa nemmeno il vero utilizzo o la ragione di molte costruzioni, il significato di tutte le incisioni o della collocazione degli edifici. Ma sono lì, restituiti dalla stessa natura che li aveva inghiottiti, a ricordare quella sfrenata ambizione dalla terra verso il cielo, verso un mondo di cui però si sono perse le chiavi.

Angkor Wat è poco fotogenico. Non c’è modo di metterne a fuoco la profondità, l’enormità della prospettiva, viene tutto piatto, a parte quegli enormi ananas di pietra come cime di montagne sacre, perfette per le cartoline e i souvenir. Per capire l’immensità bisogna entrarci dentro, aggirare gli infiniti angoli e saliscendi, lungo scalinate ripide e gallerie interminabili e terrazze vertiginose e anfratti ciechi, ma con divinità tutte regolarmente accudite e, si presume, funzionanti. In una spazialità di tagli di luce e giochi d’ombra, sotto cui stanno seduti monaci molto pazienti di fronte all’assalto di turisti con velleità fotografiche e irrispettosa ossessione da selfie. Spazi immensi ma non concepiti per folle e adunate, anzi ambientini minuscoli e moltiplicazione centrifuga degli spazi in grado di frammentare qualunque pulmino di fedeli o turisti. Anche il monumentale ingresso non si rivolge alla vecchia capitale, che è lì a nord, ma incongruamente, o forse profeticamente, verso il tramonto.

Ecco ancora quelle facce misteriose scolpite sui blocchi di pietra, salutano i punti cardinali, di profilo e di fronte, ecco di nuovo quel sorriso, o forse ghigno, enigmatico e tutto interiore. Come i santi sulle guglie delle cattedrali gotiche, i sorrisi si moltiplicano, un rimando e un intreccio sempre più fitto di espressioni serene e sapienti, su per gradinate e terrazze e gallerie del vertiginoso Bayon, smorfie imperturbabili e perciò anche inquietanti, in mezzo a elefanti e uccelli e serpenti di pietra. Almeno qui, di pietra. Ma più sotto, tempio dopo tempio, strada dopo strada, altri bassorilievi pullulano di pacifica e laboriosa vita quotidiana, e poi all’improvviso di guerre e battaglie sanguinose, torture e uccisioni, tagli di testa e di piedi ai nemici. Racconti del passato e del futuro, mille anni fa oppure trenta, dove splendore e rovina, guerra e pace, dolore e gioia, inizio e fine si alternano come le stagioni, come il doppio volto di un sorriso.

angkorasia 2016

Luca Di Ciaccio • 4 settembre 2016


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