Ludik

un blog

lancio-edit-minieri-seven-up-e1435991995986

Seven Up

Adesso è un luogo maledetto. Sono i resti di una colonia spaziale abbandonata, un’astronave che una notte d’estate tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta atterrò in mezzo a campagne ancora contadine e non riprese più il volo, è la vita come se la ricordano i morti ritornanti, a metà strada tra Mad Max e Gomorra, è un posto in cui chi ha vissuto non ha più voglia di ritornare, si sentono i gabbiani ogni pomeriggio, vengono a riposarsi qui perché sanno che nessuno entrerà mai più in quelle gabbie arrugginite. Eppure basta pronunciare quel nome da gazzosa, basta dire Seven Up, e gli occhi del professionista di mezza età, del genitore, del ragazzo e della ragazza che fu, dell’insospettabile di oggi, si illuminano in un attimo. “No, non puoi capire, non era soltanto una discoteca, era un mondo”.

Su internet è pieno di cacciatori di ricordi, persone che vanno a fotografare vecchi posti abbandonati, da dieci o venti o trent’anni. Discoteche, soprattutto. Autopsie su febbri del sabato sera ormai sepolte. Senza più le luci e gli effetti le discoteche non sono altro che scatole di cemento e pannelli ormai scoloriti dal vento, con quelle vetrate sporche e gli ingressi di cemento, i neon verdognoli e rinsecchiti. Tra le crepe cresce l’erba, vecchie veneri di cartapesta si nascondono sotto un porticato. Edifici grandi abbastanza da contenere i sogni di successo, denaro, divertimento di migliaia di persone. E poi i sogni sono finiti, le persone se ne sono andate e le discoteche sono diventate relitti abbandonati, cetacei di cemento adagiati su grandi piazzali vuoti. Adesso si contendono il territorio con le fabbriche chiuse dalla crisi, i capannoni sbarrati, i mobilifici falliti. Storditi non più dalla musica o dalle sostanze, ma più efficacemente dal tempo che passa, le riconosceremmo a stento.

Il primo grattacielo, tutto di vetro, lo vedevi mentre arrivavi a Formia, pure in mezzo ai paesi di contadini e pescatori arricchiti, sembrava il simbolo del progresso, pareva l’Empire State Building. Aveva aperto pure la Standa, un sacco di negozi e gioiellerie, com’è bello vedere i soldi che arrivano e non chiedersi da dove vengono, tutto in fondo ci sembra normale, siamo la quinta o quarta potenza industriale dice la televisione, come dice quel ministro con la testa piena di gel e sudore: e dove andiamo a ballare stasera? Pure quelli che chiamano i criminali si sono evoluti, ora mettono i vestiti firmati, si comprano gli attici più belli, inaugurano le discoteche, una sera ti ci ritrovi a cena coi sindaci e gli assessori, è gente che sa stare al mondo. Tutto è da bere, mica solo Milano. Seven Up, il suo nome detto adesso che non vuol dire più nulla fa paura. Quando avrebbe dovuto far paura invece faceva sognare. La discoteca più grande e faraonica d’Europa, sorta dal nulla in mezzo alle campagne di Formia, provincia di Latina, dependance della Campania. La pista da ballo con sotto l’acquario. La scalinata ascendente verso il cielo. Le luci laser accecanti, i fuochi d’artificio ogni notte. Le torri del dj alte venti metri. I robot che saltavano dai muri. I concerti di Ray Charles e Raffaella Carrà. Giovani dj che faranno strada. Il grande cuore di neon che pulsava all’esterno. Le code delle auto, i camion che rifornivano i bar alle quattro di mattina. I ragazzi con le tende piantate ai confini dell’Appia, da tutta Italia per non perdersi quello spettacolo. L’immagine dance dell’Italia sotto Craxi. Un festivalbar mutante dove a cantare e ballare la vita sono uomini doppi, personaggi pieni di segreti, criminali che cambiano pelle.

“Questa è l’unica megadiscoteca al mondo che ha celato segreti aggiaccianti, anche dopo la definitiva chiusura” scrive il giornalista Salvatore Minieri. Si potrebbe prendere questo libro che ha scritto, “I pascià”, passarlo sotto le abili mani di una sceneggiatura di Sky o di Netflix e farne il Romanzo Criminale del golfo di Gaeta, il racconto degli anni Ottanta allo stesso tempo più brillanti e più oscuri nella provincia italiana, il Narcos del sudpontino, a metà strada tra Gomorra e Suburra. C’è un manager coi capelli impomatati e modi felpati da democristiano, che può telefonare a Pablo Escobar oppure a Giulio Andreotti. C’è il boss criminale più potente e seducente dell’epoca, si chiama Antonio Bardellino, ha un fratello che fa il sindaco e un corpo che all’improvviso svanisce. Ci sono strani performer vestiti da ufo robot che di nome fanno Tony Salsiccia e all’occorrenza trasportano esplosivi. C’è un’acerba Moana Pozzi che calca la pista di quella discoteca con addosso la fascia da finalista di Miss Italia. C’è il presidente del consiglio socialista con la camicia sudata e il passo da cinghiale, che si chiude in una stanza con il fratello del boss. Ci sono elicotteri che volteggiano attorno a grattacieli di periferia, sacchi neri pieni di soldi dimenticati in un angolo, luci laser, musica dance, sesso, e poi un una notte d’agosto un’esplosione da morti e feriti, sangue e calcinacci e troppa polvere pirica nascosta in soffitta. Da quel castello infinito abbandonato in una stradina di mare c’è chi giura ancora di sentire, di  notte, dei rumori.

formiaposti abbandonati

Luca Di Ciaccio • 11 settembre 2016


Previous Post

Next Post