Ludik

un blog

Il mondo è cambiato, un’altra volta

A mezzanotte già passata all’università americana nel cuore di Roma i ragazzi dall’aria molto connessa e molto ingenua sono presi da giochi con domande di cultura generale e amichevole divisione in squadre, da video scaricati da YouTube e proiettati sul maxischermo con le parodie di Clinton e di Trump, da t-shirt di arguto distacco “vote for nobody”, qualcuno perfino studia, tutti comunque sembrano pacificamente distaccati da queste elezioni così livide e feroci del loro paese oltreoceano, da due candidati che sembrano far parte di un altro mondo, accettabili solo sotto forma di Saturday Night Live, un mondo di rabbie predigitali, di milioni e di rancori accumulati quando ancora non erano nati, di presidenti con cui non ti vergogneresti di scattare un selfie. Eravamo in pochi, sicuramente più anziani, forse più pessimisti, inguaribilmente poco americani, a scrutare un televisore dove non ci fosse il Saturday Night Live ma le proiezioni della Cnn, sotto il faccione di Donald Trump con gli occhi stretti a nocciola e le labbra di un colore cangiante, e il faccione di Hillary Clinton, quel suo viso curato e luminoso, lisciato ma con qualche ruga per non infastidire le coetanee. E gli stati, rossi e blu, tanti rossi, troppi ancora grigi, too early to call. Era arrivata però già la voce, riportata dall’inviato di Sky, che da un sondaggio tra gli studenti riportava un’inaspettata maggioranza di voti per Donald Trump. Il fantasma era apparso. Ci siamo guardati tra di noi: può essere, non può essere, però.

Quando l’impensabile è poi avvenuto, per fortuna, sono ormai solo sul divano di casa, davanti al televisore, gli stati sempre più rossi, il faccione di Trump sempre più grande e fluorescente, too late to hope. Tra poco lui salirà sul podio ed evocherà “gli uomini dimenticati”, forgotten people, quelli che lo hanno fatto vincere, quelli che hanno deciso di far vedere che esistono, rovesciando il banco. Quelli che non si fidavano di chi, una mattina di otto anni fa, vedendo Barack Obama diventare presidente dissero compiaciuti che il mondo era cambiato o forse impazzito. E non si fidano nemmeno oggi di chi, vedendo Donald Trump diventare presidente, dirà ancora, con aria allarmata e indignata, che il mondo è cambiato, sicuramente impazzito. Il mondo rimane per molti sempre lo stesso, e l’unica possibilità è di dargli un calcio e poi tornare a lavorare, se un lavoro uno ce l’ha.

Resto indeciso se svegliare o no gli amici che invece si erano addormentati sicuri, “tanto cosa vuoi che succeda”, mentre gli uccellini fuori dalla finestra e perfino il già compianto Barack Obama su Buzzfeed ci tengono a ricordare che comunque vada domani il sole sorgerà ancora. Sarà un’alba apocalittica, con un pazzo miliardario ossessivo alla guida del mondo, o assomiglierà all’alba di Ronald Reagan quando all’inizio degli anni Ottanta si presentava con una voce calda e fiduciosa e, mentre negli spot pubblicitari la cupola del Campidoglio si tingeva di luce, recitava: “It’s morning again in America”, eccitando le folle, spaventando i benpensanti. Sarà il nove, domani, e in America ci sarà un nuovo presidente, ma potrebbe essere il sei, il 2015 o già il 2017. Perché per molti la Storia è solo storia, rumore di fondo, acqua che scivola via dal lavandino ogni mattina, guardandosi allo specchio, quello che al limite succede agli altri, a chi se lo può permettere. Una cosa che anche se è reale, il presente che diventa futuro, può non riguardare. L’unica cosa certa è che dopo la notte viene l’alba, e questo non è la metafora di niente, è solo il modo in cui passa il tempo. Osservo l’alba, come un semaforo giallo e il suo tempo incerto. Ci sentivamo migliori, eravamo dei fessi.

Luca Di Ciaccio • 9 novembre 2016


Previous Post

Next Post