Ludik

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Potremmo ritornare

Fino a qualche mese fa ho fatto un lavoro per cui dovevo riportare molti discorsi e dichiarazioni di politici, monitorare le sedute di Camera e Senato, tenere sotto controllo i momenti più agitati dei talk show, e in particolare dovevo ascoltare ogni discorso, ogni intervento, ogni parola pubblicamente pronunciata, ogni sospiro del presidente del consiglio Matteo Renzi. Le parole dei politici vivisezionate rivelano pensieri celati, convergenze parallele, scorpori di senso. Ci sono argomenti serissimi che ascoltati alla lettera diventano incredibilmente comici, e battute che prese alla lettera si rivelano agghiaccianti. Ma alla fine le parole dei politici, ascoltate fino allo sfinimento, rivelano l’essenza inconfondibile di certi vecchi signori che parlano da soli sull’autobus, prendendosela col mondo o sognando sempre troppo in grande.

Renzi, per esempio, fa le voci. Mentre parla, imita letteralmente i toni dei suoi eventuali interlocutori: fa la voce di quello che si lamenta, di quello che è stufo di pagare le tasse, di quello che nel suo partito gli è avversario. Usa il fiorentino popolare, l’aulico, il trombonesco. Inscena un dialogo in cui tiene anche il ruolo dell’interlocutore: le sue battute da premier diventano autorevoli per semplice contrasto fonico con queste vocine. Poi reagisce agli stimoli, crea incisi, anticipa l’interlocutore, fa smorfie, si autocommenta, tira fuori l’iPhone dalla tasca della giacca. Usa le gestualità, avvicina l’indice e il pollice, o stringe le mani a pugno, come un feticcio di concretezza. Si impappina, non si scompone e ricomincia: metafore, avversative, accelerazioni, indice e pollice ravvicinati, vocine. Usa metafore calcistiche come “buttare la palla in tribuna”, “bisogna evitare il derby ideologico”, “lotterò su ogni pallone”. Usa seriamente, senza ironia, formule come “la madre di tutte le battaglie” riferendosi indifferentemente alla scuola, alla burocrazia, al lavoro, alla Fiorentina.

L’importante è fare presto, senza perdere tempo, sempre rilanciando. Perché “il tempo è finito”, e c’è un tempo per ogni cosa, “il tempo della rendita”, “il tempo delle chiacchiere”, “il tempo dei salotti buoni”, “il tempo in cui Bruxelles ci diceva cosa fare e cosa no”, “il tempo della Lega”, “il tempo in cui ci davano lezioni”, “il tempo del potere di veto dei sindacati”, “il tempo delle lettere segrete”, “il tempo dei pagliacci”, “il tempo che noi dobbiamo mettere a disposizione del cambiamento” – perfino quello – “è finito”. Sembra un nipote incosciente che scuote un vecchio che dorme mentre noi in un angolo rassegnati ridiamo sotto i baffi. Fare, fare, fare. Lui dice che bisogna fare, l’importante è fare, poi si vedrà. Basta essere noi stessi: “L’Italia deve fare l’Italia”, “L’Italia torni a fare l’Italia,”, anzi forse basta anche meno perché per quante cazzate possiamo fare “siamo l’Italia, ce la faremo”. Tante volte io ho l’impressione di non essere a mio agio nel mondo reale, Renzi invece sì. Io ancora rimastico la risposta data da Ferruccio Parri all’amico che gli chiedeva chi o cosa l’avesse deluso di più nella vita: “Il popolo italiano”. Lui no, o forse non ancora, o forse lo dissimula benissimo. Per questo lui fa il politico, e ha vinto un’elezione, io no.

Dopo che lo vedi e lo ascolti per così tanto tempo di seguito anche un politico, anche un capo del governo diventa una presenza familiare, come certi parenti che ripetono sempre le stesse storie, come mogli e mariti dopo tanto tempo. Renzi, disse uno una volta, assomiglia sempre a un corteggiatore spavaldo ma governare significa mettere la testa a posto. Gli slogan sul cambiamento valgono mai per il leader che li pronuncia? Mostrerà mai di saper cambiare, di saper imparare dalle occasioni? Chissà. Eppure più li ascoltavo più mi rendevo conto che i grandi politici, che si parli di Renzi o chi per lui per un attimo poco importa, ripetono sempre le stesse cose. La reiterazione è la chiave di tutto. Ogni volta cambia il pubblico, che sia quello di un convegno o di un programma televisivo, di un’inaugurazione di autostrada o di una diretta Facebook, di un discorso al Senato o di un podio all’estero, ma ogni volta lui – il politico – cerca il suo pubblico, quello che ha in mente e che vuole sentirsi dire le sue parole. Le parole restano le stesse, come le mosse. Un bravo politico è un giocatore che ripete sempre la stessa mossa, sempre bene, sempre vincendo, finché un giorno – lui non lo sa, forse è rimasto l’unico a non saperlo – sarà quella stessa mossa, quella sua mossa vincente a farlo perdere. Come gli innamorati che trasformano in qualità ogni difetto della persona amata e quando l’amore finisce si chiedono come era stato possibile non accorgersi di quei difetti.  Il principe che oggi trionfa, domani va in rovina, eppure non è cambiato in nulla, lui è rimasto lo stesso. È la fortuna a cambiare capricciosamente, gli innamoramenti, i tempi, la democrazia.

renzi

Luca Di Ciaccio • 30 novembre 2016


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