Ludik

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Finirà così

Stanotte tutti diranno che non poteva che finire così, che l’avevo detto io, che bastava leggere tra le righe dei sondaggi e delle dichiarazioni, bastava girare per strada, bastava parlare con la gente. Stanotte ognuno, agitando carte e cartuccelle, chiamando in causa profezie di tassisti e di parenti, dirà che in cuor suo lui l’aveva capito, forse da qualche parte l’aveva pure scritto o perlomeno lasciato intendere: si sapeva che i risultati sarebbero stati questi. Gli italiani sono stanchi di questo e di quello, gli italiani hanno voglia di questo e di quello. Del senno di poi sono piene le fosse, e anche le urne appena svuotate.

Stamattina mi sono preso un caffè davanti la mia vecchia scuola elementare, dove oggi torno a votare. Ho provato a fare quel vecchio gioco che, con la sicurezza dei vent’anni e della seconda repubblica, eravamo sempre convinti di vincere: guardare le facce di chi entra e chi esce dal seggio, indovinare cosa avrà votato. Non credo di riuscirci più, ammesso che abbia mai funzionato. La gente, la mia gente, quella galassia fatta di parenti, amici, vecchi compagni di scuola, colleghi di lavoro, faccine vicine e lontane che appaiono sul cellulare, si è divisa seguendo linee spesso indecifrabili, al di là di appartenenze e convinzioni precedenti, seguendo tracce strane, emozioni sincere, riflessioni sofferte, lungo faglie che si aprono sotto piedi ben piantati per terra, preannunciando eruzioni, scossoni, inquietudini. Io stesso ho già in mente delle valide spiegazioni per giustificare qualunque scenario del giorno dopo. In fondo – mi dico – la gente non sa cosa vuole, estende la sua inquietudine su tutto, non si fida più di niente, si innamora del primo che passa, odia il primo che passa.

Sono nostalgico dei giudizi semplici, schematici, referendari per natura, delle scelte moderate e istintive, “per un male appena minore o per un bene appena maggiore”. Forse un giorno rimpiangeremo quei giorni in cui una nazione poteva fermarsi a discutere e litigare del diritto costituzionale, dei poteri della Camera e del Senato, del rapporto tra Stato e Regioni, dell’abolizione del Cnel, mentre il mondo cadeva a pezzi. E ci diremo che noi lo avevamo capito che sarebbe finita così come finirà, questo incarognirsi pezzo dopo pezzo, questo voglia di urlare addosso a chi non la pensa come noi, questo bisogno di resa dei conti tra chi si sente scivolare verso il basso e chi si aggrappa a quello che ha già, questo essere disposti a credere a tutto e a non vergognarsi di niente, tutto questo non poteva essere colpa di un referendum sulla Costituzione o di un paio di matite al seggio. Ce ne eravamo accorti mentre saliva tra le persone ragionevoli la tentazione di chiudersi nel privato, di ritrarsi da questa vita pubblica feroce, di aspettare che passi la nottata.

La presidente del seggio elettorale mi ha offerto un cioccolatino. Lo vuoi un cioccolatino, sì o no? Sembrava più facile stavolta scegliere soltanto tra un Sì e un No. Due avverbi secchi, due risposte che avevo imparato fin da piccolo, col maggior gusto di pronunciarle per dispetto. Questi Sì e questi No diventati piano piano più ingombranti, come valige mai disfatte all’ingresso di casa. Questo Sì che ho barrato sulla scheda, fregandomene dei dettagli della riforma costituzionale che pure ho letto tutta intera, convinto che quello che conti sia dare una mossa, uno spintone a questo paese ipnotizzato dalla sua stessa retorica, la retorica che rende ogni voto un atto solenne di resistenza , una battaglia campale col sopracciglio alzato, un eroismo rivenduto a prezzo di saldo. Un voto è solo una croce su una scheda di carta, una riforma è solo un passo avanti, una macchina che si rimette in moto, un po’ di polvere sollevata da sopra i mobili, la fatica di aggiustare tutto ogni giorno, come nella vita.

La vita che alla fine, nonostante la nostra convinzione di saperla lunga, ha questo di bello: che ci mette di fronte alla verità, che conserva sempre fino all’ultimo un’irriducibile incertezza su come le cose andranno a finire. La casualità, il rischio, la sfida. Come le partite di calcio, anche le elezioni hanno questo di bello: che nessuno sa mai davvero come finiranno. Dopo tante chiacchiere, la realtà si posa davanti ai nostri occhi, ferma per un solo istante. Esco dal seggio e mi prendo un altro caffè. In Municipio c’è la fila di quelli che hanno perso la scheda elettorale e ora vogliono votare.

Luca Di Ciaccio • 4 dicembre 2016


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