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Su le mani

Gerardino Pascali, per tutti e per sempre Dino Pascali, si è fermato all’improvviso, proprio come fanno i dj e i vocalist alle feste, col vecchio trucchetto di bloccare la musica per un istante e poi farci alzare tutti insieme le mani al cielo. E oggi siamo rimasti così, con la musica spenta, le braccia che stanno per alzarsi al cielo e un po’ di ricordi stupidi e provincialissimi. Io per esempio ricordo che non si poteva stare in casa e non si poteva uscire, non si poteva andare al mare e non si poteva fare la spesa nei negozi, non si poteva parlare con mamma mentre faceva le pulizie di casa il sabato mattina e non si poteva andare in macchina, ricordo che non si poteva far niente senza che nella mia infanzia e prima giovinezza in quel di Gaeta non risuonassero le voci e i suoni di Radio Spazio Blu. E su tutte la voce in crescendo del buon Dino Pascali, voce marpiona e suadente, voce da “su le maniiii”, voce da anni 80 e 90 in purezza per noi ragazzini di provincia che cercavamo la scusa per andare a ballare in piazza senza l’ipoteca di un santo patrono o di un festival pseudo-culturale, ma solo per Corona, Alexia, Gigi D’Agostino e poi Please don’t go. Eravamo adolescenti provinciali molto prima dell’epoca delle sopracciglia spinzettate e soprattutto dell’epidemia, che pure fatalmente ci colpì, del sopracciglio alzato.

Dino, Erasmo, Max, Livio, li avrei man mano conosciuti, tutte persone tranquille, spesso con un impiego statale e una famiglia a carico, tutti però traviati da un malia irresistibile, da una passione capace di diventare lavoro oppure rimpianto. “Ci siamo conosciuti a Radio Gaeta, una delle prime radio libere della nostra zona, nel 1977, io avevo 15 anni lui 16” mi racconta Erasmo Di Perna. “Abitava al piano di sotto, lui al quarto, la radio in mansarda, il palazzo di Scalesse, dove oggi c’è il negozio dei cinesi. Tante volte dopo il programma mi fermavo a casa sua. Eravamo le due voci che si contendevano la registrazione delle pubblicità per mille lire l’una”. La radio, per qualcuno di loro più tardi anche la televisione, è stato il più adulto dei loro giochi, la più infantile delle loro imprese. “È stato bellissimo viverlo quel periodo, ci sentivamo onnipotenti anche se arrivavamo massimo a Minturno col segnale”. Li vedi ancora, dove c’è da suonare in piazza, col mixer audio e la consolle, qualcuno di loro ci ha ripensato, dopo aver mollato il lavoro, coi figli cresciuti, è tornato a fare le serate. “Sempre a cento all’ora ma l’orologio è impietoso, ieri ne parlavo con Max, dobbiamo rallentare, anche Dino era a rischio, aveva già sofferto di cuore, ma se ne fregava”. Una malattia, come una malattia fu la disco music degli anni 70, “Commodores, Real Thing, Whispers, Delegation, Kool & the gang, roba nera”, nera come i neri in divisa da marines che circolavano per il paesone di mare, appena scesi dalle navi della base americana, in cerca di bar, locali notturni, incontri.

Di quella compagnia uno solo ce l’aveva fatta davvero, aveva svoltato verso l’empireo dei grandi club di tutta Europa e pure di New York, salendo i gradini della musica elettronica, arrampicandosi sui ritmi house, ed era Claudio Coccoluto. Al negozio del padre, “Coccoluto Elettrodomestici” i miei si comprarono il primo impianto hi-fi, quello che ancora oggi troneggia in salotto, che io rimproveravo sempre mia madre: è un po’ uno spreco se alla fine lo usi solo per ascoltarsi Eros Ramazzotti su Radio Spazio Blu. Coccoluto, il dj, era tornato questo Capodanno a Gaeta, per una festa in piazza che raccontano epica, con la consolle sul balcone del vecchio municipio nel quartiere medievale. C’è una foto che li ritrae insieme, lui e Dino, sorridenti con la folla che balla nella piazza lì sotto, come due vecchi reduci di mille notti. Pascali, con la complicità del suo amico sindaco che gli aveva dato la delega ai “grandi eventi”, negli ultimi mesi si era pure inventato gli show alla “fontana artistica” di San Francesco. Lui con lo stesso inconfondibile tono di una serata in disco nel ’95 lanciava il Cantico delle Creature, Children di Robert Miles, Grande Amore del Volo, Can’t stop the feeling di Justin Timberlake, Nessun dorma di Pavarotti, Come un pittore dei Modà, mentre gli zampilli della fontana, con la statua di San Francesco in mezzo, si muovevano e coloravano al ritmo della musica, con finale di fuochi d’artificio. Risultato: il pienone tutte le sere pure dai paesi limitrofi. La cosa, nel suo insieme, era così kitsch e smisurata da rasentare il sublime, almeno ai miei occhi, non più bisognosi di rinnegare quelle notti adolescenziali passati a ballare Blu degli Eiffel 65. Una volta glielo dissi: “Dino, siamo fortunati a stare a Gaeta oggi, fossimo stati di Parigi o di New York per vedere la fontana e la tua capa pelata ci voleva l’aereo”.

Mi sono sempre chiesto se l’entusiasmo straboccante dei dj e degli animatori sia vero, e quanto debba essere grande lo sforzo di non pensare: che orrore questa gente, che orrore questo mondo, fuggiamo, o almeno facciamo la faccia dello sconforto. Come la forza che serve per resistere alla tristezza delle feste quando la musica si spegne e tutto finisce, il precipizio dopo la botta di adrenalina, la malinconia dell’alzarsi a lavorare il giorno dopo, solo con l’incrollabile certezza che tanto ci sarà un’altra festa da qualche parte, qualcosa in fondo che assomiglia alla fede.

Luca Di Ciaccio • 6 aprile 2017


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