Ludik

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Il paradiso

Forse il paradiso era davvero una balconata affacciata sul mare azzurro e sul cielo blu, e il sole come un riflettore e ragazze che facevano capriole e giravano le caselle di un enorme cruciverba. Essere bambini, senza sapere di essere gli ultimi bambini cresciuti pensando al televisore come a una specie di scatola magica appoggiata tra il salotto e la cucina. Cos’è l’età dell’innocenza se non uno studio tutto bianco e vuoto, una domenica lunghissima e azzurra, senza titoli di coda, e poi pomeriggi adolescenziali supplicando please don’t go, sognando frasi sussurrate dentro auricolari. Ma com’è bello qui, ma com’è grande qui, non è la Rai? Racconta un discografico che un giorno di inizio anni Novanta c’erano i Nirvana a Roma per promuovere un disco, e una sera Dave Grohl e Kurt Kobain gli dissero serissimi: siediti vicino a noi che ti dobbiamo parlare. In hotel un pomeriggio avevano acceso la televisione: “Ma potete trasmettere spettacoli così? Ma cosa fanno esattamente quelle ragazze? Sembra che ballino ma non sanno ballare, sembra che cantino ma non sanno cantare, ogni tanto parlano ma noi capiamo quello che dicono. È una trasmissione dove non succede nulla ma ti da l’impressione che succeda tutto”.

La giovinezza, come la bellezza, è tale finché è inconsapevole, insensata, fin quando galleggia leggera, naturalmente stupida, priva del ricatto del senso da dare alle cose. L’età adulta è fortunata se di quello che hai vissuto, come di certi programmi televisivi, riesci a ricordati solo la scenografia, che colori c’erano sullo sfondo, che umore c’era attorno e che tempo faceva fuori, tutt’al più una canzonetta stupida, ma niente di più, niente di quello che si diceva e che all’epoca sicuramente sembrava imprescindibile e urgente, niente delle frasi fondamentali, dei copioni che ogni mattina ci leggiamo allo specchio. Un’amica che tanti anni fa ebbe la fortuna di lavorare con Gianni Boncompagni mi raccontò che nei momenti di massima concitazione che sempre accadono dietro le quinte, quando all’improvviso tutto sembra precipitare nell’ansia e nella furia, come se i destini del mondo si stessero giocando lì, tra i corridoi della redazione e l’ingresso dello studio, e guai solo a pensare che tutto possa essere un filo meno di così, lui guardava fisso davanti a sé, ripetendo: “galassie, galassie…”. C’è chi da piccolo ha visto le miniature dei santi e delle madonne nelle chiese, e chi s’è convertito coi primissimi piani della Carrà o di Ambra su sfondi egualmente paradisiaci e tentatori. C’è chi ha visto la polvere in controluce trasformarsi in coriandoli. E cadendo dalla sedia per ballare una sigla, “che pizza che pizza la tv, che pazzi che pazzi quelli della tv, cantando ballando mi fanno il cielo blu”, forse non s’è ripreso più.

Luca Di Ciaccio • 19 aprile 2017


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