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Stare insieme a te è stata una partita

Per una coincidenza siderale tutti i pianeti si sono allineati, le porte degli universi paralleli si sono dischiuse tutte insieme, ed è successo in una di quelle domeniche di maggio con una luce fortissima, un sole che taglia gli occhi prima del tempo, una luce che è un’angoscia e una promessa. Il passato si è messo a correre nel presente, ed erano tutti lì su quel prato: quelli che erano cresciuti e quelli che non ce l’avevano fatta, i bambini che erano diventati vecchi e i vecchi che erano diventati bambini, quelli che a quarant’anni s’erano rotti i legamenti e quelli che a cinquanta li aveva lasciati la moglie, i supereroi dei poster delle camerette che guardavano silenziosi l’amore fatto sotto i loro occhi, i nonni senza memoria e i colleghi persi di vista, gli sconosciuti abbracciati, gli amici che avresti voluto solo per dimenticare. Ho visto cose che voi umani: raggi laser balenare ai confini di Porta Metronia.

Come un fedele distratto della chiesa rivale osservo lo stadio Olimpico la sera che Francesco Totti se ne va, si ritira, lascia il calcio. Sarà che non abbiamo mai avuto imperatori indiscussi, noi laziali, solo principi un po’ pazzi, finiti male dopo aver dilapidato un po’ di illusioni. Ognuno ha la squadra che si merita, e il problema mio è che m’è sempre mancato quell’entusiasmo totale e un po’ fideista che caratterizza i veri tifosi, quelli che partono a combattere una causa qualunque, allo stadio o in politica o allo specchio ogni mattina. Siamo quelli che stanno a Roma e non vanno mai a vedere il Papa, o Totti. Invece bisogna essere davvero un grandissimo per dire davanti a una folla che ti sta osannando come nessuno al mondo: “Ho paura”. E la gente piange perché ogni attimo di quello spettacolo gli ricorda la fine, l’addio, la mano che stringi e che prima o poi mollerà la presa, i giorni che sapevi saprebbero arrivati, prima o poi, ma immaginavi sempre più poi che prima.

C’è un solo capitano urlano tutti, anche se quel puntino in mezzo al campo pare più un capitano solo. Questa paese, questa città, queste famiglie sono fatte così: ti abbracciano forte, ti strangolano nella culla. E tu ti lasci soffocare che tanto a cambiare aria chi te lo fa fare. I tuoi campioni migliori li consumi ogni giorno, li metti da vivi in un museo, poi guardi la statua creparsi. Ma per un giorno ti illudi che no: è più bello e superbo che mai. Se c’è il mondo fuori che ci accerchia e ci invidia, noi restiamo qui, aggrappati a un santino, a una madre, a un orgoglio ammaccato e strafottente.

Luca Di Ciaccio • 29 maggio 2017


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