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Il tramonto dei vecchi

Pianure screpolate, occhi secchi, fiumi aridi, ricordi polverizzati, sorgenti prosciugate, speranze evaporate. Forse lo scorrere del tempo era solo un’illusione. Ti sembra questa una stagione di fuochi, di incendi, di fumi visti in lontananza. Di posti vuoti lì dove c’era un bosco, una foresta, una persona che amavi. Forse era un fuoco, oppure una lanterna, quel tremolio rossastro laggiù nella campagna, nelle lunghe estati da piccolo, in campagna coi nonni, in quell’età dell’oro in cui la famiglia sembrava una casa enorme dove c’era posto per tutti e la vita una strada lunghissima e infinita. Ecco questa invece è una stagione secca: non esce più acqua dai rubinetti, non escono più lacrime dagli occhi. Tutto sembra ardere nell’attesa, mentre all’ombra dei telegiornali si muovono esodi biblici da una terra all’altra. È strano riflettersi negli sguardi dei vecchi che non parlano più però ti guardano, continuano a guardarti nella grande stanza di una casa tra gli alberi, a metà strada tra le colline in fiamme e il mare troppo vasto, e un sole che sale e scende. Entrare nella stanza dei vecchi è come uscire dal tuo mondo di tutti i giorni, inutilmente stressante, stancamente incerto, ed entrare nei mondi di ognuno di loro, tenuti in vita con la stessa perizia dei giardinieri impegnati a coltivare e accudire i propri fiori, con la variante che sempre qualcuno a un certo punto si lascia andare, e appassisce insieme ai propri fiori, ai ricordi, al suo piccolo mondo.

Ora che non ho più i nonni vorrei che qualcuno mi spiegasse come si fa a stare nel tempo come un nonno. Magari esserne capaci prima, quando si è genitori e figli, quando si sta nel tempo della vita come tutti, cioè, forse, senza quel di più di attenzione ed energia per accorgersi sempre di quello che sta succedendo mentre ci si danna e ci si affanna. Invece i nonni si accorgono. Si accorgono di cose di cui da genitori non si accorgevano. Piccole cose impercettibili, scoperte mettendosi all’ascolto, sospendendo le precedenti e attuali abitudini e attitudini, per sempre o per il tempo dell’esser nonni, e improvvisamente capiscono, e si fermano – loro, gente che mai si era fermata un attimo – e cominciano a parlare una lingua sconosciuta, cercando lo sguardo dei nipoti. Diventando custodi dei loro primi stupori, dei primi dolori. Ed è per questo forse che adesso si diventa un po’ secchi, come gli orti abbandonati dopo la dipartita dei vecchi che li coltivavano pazientemente ad ogni stagione, si diventa impolverati come le case chiuse dove non entra più il sole in attesa di reincarnarsi con nuovi inquilini. La vita ti fa perdere pezzi per strada – dice mio padre – perdi genitori, amici, occasioni, come se perdessi gambe, braccia, piedi. Zoppichi, vai avanti, riprendi il cammino. Intanto non si vedono più luci, più lanterne accese nella casa in fondo alla campagna, solo un’aria secca di fuochi, di cose che stanno per ridursi in cenere.

Luca Di Ciaccio • 5 luglio 2017


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