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Trasfigurazione d’identità

L’impiegato dello sportello comunale si sporge per guardare meglio: l’altezza, il colore degli occhi e quello dei capelli superstiti, inutile contraddire, distinguere, specificare. Intanto la plastica che foderava la vecchia carta di identità ha assorbito i colori, i tratti somatici, i contorni dell’io di qualche anno fa, come una sindone, una trasfigurazione di me stesso, sudata dagli anni, dai viaggi, dal sudore delle tasche e dei portafogli, dalle mani dei controllori. Ogni fotografia ha lo strazio della traccia del reale, ma nessuno si piace sulla carta d’identità: è la foto di riconoscimento, ma il solo che non si riconosce è il fotografato. «Guardarla è come andare dallo psicanalista» disse una volta il fotografo Oliviero Toscani. Il fotografo bravo, oggigiorno, non è quello che ti ritrae come sei, ma quello che tarocca la tua foto, che ti fa somigliare all’immagine che hai di te. La legge ancora non consente di risolvere la faccenda della carta d’identità con un selfie, che oggi è il vero certificato di esistenza, continuamente bisognoso di essere rinnovato, in un’angoscia fatta di messaggi destinati a essere condivisi e poi, forse, sparire per sempre. E nemmeno la legge consente di ridere e sorridere sulle foto dei documenti, il certificato di esistenza in vita richiede l’immobilità dello sguardo da morto. È vietato fare le smorfie, ma senza smorfie siamo più nudi che senza vestiti. Non sono forse smorfie anche le pose intense, composte, sognanti dei vecchi album di famiglia? Non sono smorfie le mani sulla guancia degli scrittori in quarta di copertina? Non sono smorfie quelle dei leader e dei dittatori nei loro ritratti autorizzati? Le labbrucce semiaperte delle star da rotocalco o da instagram? Mettersi in posa è l’unica arma in mano alla vittima consenziente di un ritratto. Senza pose, senza smorfie, senza espressioni, forse perderemmo la faccia. Finché le nostre smorfie rimarranno per anni, decenni, magari secoli, orfane del motivo per cui le abbiamo fatte, appiccicate ai nostri volti come un attributo, una firma, una “espressione”, appunto, che ci esprimerà davanti a posteri sconosciuti. Come carte di identità sbiadite, che hanno perduto il loro proprietario. Così certe volte è il documento ad essere falso, la didascalia dei dati anagrafici sorpassata, mentre è la foto per sempre resterà vera.

Luca Di Ciaccio • 29 agosto 2017


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