Ludik

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Havana club

Lo vedi queso signore, la pelle scura, il pizzetto bianco, il panama in testa, la giacca blu, le mani rugose. La sedia pieghevole, i colori vivaci di un muro di Trinidad, la porta di una casa in stile coloniale. Cubano perfetto, fotografia impeccabile, sembra uscito dai Buena Vista Social Club, se esistono ancora, chissà. Si mette lui stesso in posa oppure no? È un cubano oppure recita il cubano? Cuba è una trappola per fotografi, è un ritratto esotico precipitato tra il Novecento e i Caraibi, tra il mito della rivoluzione e il fascino del naufragio. I suoi colori accesi sono irresistibili, desaturarli sembra una punizione ideologica, ma sottolinearli è la scorciatoia di ogni turista. I bambini dell’Avana lo sanno, e infatti chiedono due pesos per ogni scatto, tra un cane randagio acciambellato e il muro scrostato della loro casa.

Cosa fare allora di immagini che potrebbero presto scomparire per lasciar posto a quali chissà. Le case dipinte e slabbrate, le Ford del 1952, la vegetazione lussureggiante alla faccia di tutti i regimi, i cartelloni sulle strade che non hanno pubblicità ma solo slogan socialisti fuori dal tempo, la luce dei lampioni delle piazze e il bagliore azzurrino dei display dei cellulari, con gli occhi delle persone già persi oltre quella soglia. E il vento impetuoso sul mare, un vento che si sente in faccia, ma spinge verso un futuro che sta alle spalle, che non si vede, mentre quello che si riesce a vedere, sull’isola, è solo quel che si lascia indietro, e che velocemente sembra scomparire alla vista, agli scatti dei turisti, alle illusioni degli abitanti.

Cicatrici, non ferite, quelle che si vedono. L’Avana, fiera della bellezze delle cose che vanno in rovina, somiglia a un set cinematografico, o già si prepara a diventarlo. C’è la piazza piena di giovani accampati sulle panchine o in terra o appoggiati agli alberi che sfruttano il centellinato wi-fi di Stato per connettersi coi telefoni, altrimenti internet non c’è. È possibile, e magari raccomandabile, vivere senza internet, a condizione di poterlo scegliere. Ci sono gli assembramenti di ragazzini che si muovono come un’onda di improvvisa euforia nella notte vicino al Malecon e immediatamente vengono placcati dalla polizia, perché c’è un attimo in cui le folle inquiete della movida sembrano assomigliare a quelle di una potenziale rivolta, che invece non c’è. C’è il mare scuro nella notte, 170 chilometri a nord c’è Key West, Florida, ma la distanza è molto superiore. Forse non è l’America del nord che sta scendendo ma quella latina che sta risalendo.

La rivoluzione, vista da qui, è uno scherzo oppure una malinconia. Nel Museo della Rivoluzione – dove la polvere del disfacimento si confonde con la polvere dei lavori di ristrutturazione – è in mostra Granma, il piccolo yacht da diporto con cui il 25 novembre 1956 partirono dal Messico il comandante Fidel Castro, Ernesto Guevara detto il Che e ottanta compagni di lotta, quasi tutti con barbe lunghe nelle vecchie foto in bianco e nero, barbe ormai fuori moda in una Cuba senza più giovani rivoluzionari ma ancora senza piccoli hispter. Gli eroi non diventano vecchi. Chi diventa vecchio smette piano piano di essere un eroe, e a volte tradisce del tutto la propria gioventù. E le rivoluzioni che finiscono nel partito unico, nel potere a vita e dinastico, nell’intolleranza del dissenso, nel sequestro di un popolo nella sue frontiere, cosa diventano? Rinnegano se stesse o rivelano la loro autentica natura?

La spuma che sala dal mare, l’intonaco che cade dalle case, c’è una corrente di pensiero la quale sostiene che “se avessero cercato di edificare il comunismo sul litorale domiziano, sarebbe uscito così”. Eppure tra tutti i finali possibili questo sembra il più dolce, una liquidazione lenta e colorata, un ballo attorno alla storia, con i saldi finali nella doppia moneta fatta apposta per i turisti, che arricchisce una nuova classe dominante di affittacamere, tassisti, puttane e ristoratori, e lascia gli altri a guardare oppure ad arrangiarsi. Tutti i cubani dicono o si inventano di avere un parente che lavora in Italia, e tutti gli italiani dicono o si inventano di essere fuggiti qui solo per amore. Chissà quanto durerà, chissà le foto per quanto tempo basteranno, uguali a se stesse. Pure il vecchio di Trinidad alla fine si scoccia, quando ripassiamo davanti alla casa c’è ancora qualche turista che scatta e lui che si copre il volto col panama.

Luca Di Ciaccio • 5 settembre 2017


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