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Domani alle elezioni

Vorrei entrare domani mattina nel mio seggio senza essere ottimista. Perché non può sentirsi ottimista un adulto che si aggira dentro una scuola elementare, con i disegni delle casette e della pace nel mondo appesi alle pareti, con i banchi accatastati ai lati. I bambini si illudono di inventare il mondo, ma noi, con la matita copiativa e una scheda ancora immacolata tra le mani, piena di simboli colorati? Le elezioni durano un giorno, ma è sempre illusoria l’idea che tutto possa cambiare per miracolo in un solo giorno. Nella racconto di Italo Calvino “La giornata di uno scrutatore” il protagonista alla fine diceva che “nella politica come in tutto il resto della vita, per chi non è un balordo, contano quei due principi lì: non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire”.

Vorrei entrare domani mattina nel mio seggio senza essere felice. A qualcuno le cabine di legno delle elezioni ricordano le cabine del mare, quelle dove da piccolo si lasciavano pinne, fucile ed occhiali. Ma quei tempi sono lontani, non c’è spensieratezza mentre si sta da soli, chiusi nella cabina, con la matita in mano e la mano che quasi trema. C’è chi dice di votare felice, ma chi vota felice mente, sono come quelli che dicono di non avere paura quando salgono in aereo o quando vanno dal dentista, oppure forse – ed è l’ipotesi più pericolosa – ci crede davvero. Ed è felice mentre vota, convinto col suo voto di fare giustizia, come se la croce fosse un segno di Zorro, in grado di riparare torti e ragioni, di dare vita a nuove ere di prosperità e promesse realizzate.

Vorrei entrare domani mattina nel mio seggio senza essere indeciso. Tutti quei simboli sulla scheda non mi faranno accusare né vertigine né nausea, ma solo la consapevolezza che siamo tanti, siamo diversi, marginalizzati, litigiosi, un po’ incazzati e un po’ cialtroni, e quell’arcobaleno pasticciato altro non è che ciò che ci rappresenta, in tutte le sue sfumature, perfino troppe, e annullare la scheda non è poi così differente da rompere lo specchio il giorno in cui non ci si piace più. D’altronde, si sa, ogni volta le elezioni che ci accingiamo a votare sono le più brutte di sempre, e ogni volta nella storia delle elezioni, e più in generale nella storia dell’umanità, la figura dell’indeciso è determinante. E ogni volta mi chiedo come possa, l’indeciso, decidere in un quarto d’ora ciò che non è riuscito a decidere in trenta o cinquanta o settanta anni di vita.

Vorrei entrare domani mattina nel mio seggio senza essere già deluso. C’è chi va a votare inseguendo un tornaconto personale, chi aggrappandosi ai resti di una tradizione o un’ideologia, c’è chi vota per odio verso gli avversari, chi pratica il voto cosiddetto utile, chi invece, quasi vergognandosi, accampa ancora delle ragioni ideali. Ma tutti arrivano nella cabina elettorale trascinandosi dietro un fardello di delusioni, una catena che va a ritroso nel tempo e nello spazio: quella volta che perdemmo le elezioni, quella volta che vincemmo le elezioni ma poi governammo male, quella volta che vinsero gli avversari e sperammo nel loro fallimento e nella delusione di chi li aveva votati, che puntualmente arrivò, trovandoci impreparati ad accoglierla per farne una rivincita, e dunque rimanendo anche noi delusi, e però pensando che gli altri comunque sono peggio. E così, in questo naufragio percepito, non riusciamo più a consegnare la nostra fiducia nelle mani di qualcun altro. A me domani mattina nel seggio basterebbe solo che avanzasse un po’ di fiducia.

Luca Di Ciaccio • 3 marzo 2018


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