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La Specola

È un posto strano il Museo della Specola, non sembra neanche di stare a Firenze. C’è un senso di vuoto, per esempio, che da le vertigini. Sembra impossibile in questa città non dover fare una fila e non dover sgomitare per vedere qualcosa. In questa città di sommi pittori scultori architetti, chi può trovare il tempo per il museo della scienza? Se l’enigmatica fissità di un’opera d’arte dentro un museo è la nostalgia della vita, quanta nostalgia proverà questo cavallo sull’attenti, oppure questo alpaca che indossa il suo pelo bicolore come un cardigan, o il guanaco troppo grosso che ha il naso schiacciato contro il battente della vetrina?

Si parte, come in tutti i vecchi musei di storia naturale, dall’organismo più semplice e si arriva all’organismo più complesso. Complesso è l’uomo; semplici sono le conchiglie, gli insetti, i vermi inscatolati ed esposti in grandi vetrine con le pareti di legno e con gli interni turchese chiaro.  Proseguendo ci sono le stanze con gli animali più grandi. Felini su felini, leoni, tigri, leopardi, un lupo con gli occhi sgranati e la bocca aperta, pronto ad addentare un capretto. Un tricheco messo accanto a un orso bianco, due volpi artiche muso contro muso. Più avanti, con la sorpresa eterna di chi si ritrova dietro un vetro esposto all’altrui sguardo, ecco un daino col cucciolo accanto che, esitante, sta per alzarsi sulle zampe per la sua prima passeggiata sulla terra. Nelle sale successive decine di scimmie, dagli oranghi enormi alle scimmiette che stanno in una mano, e al fondo della stanza, forse messo di proposito, per il più inevitabile dei confronti, uno specchio. E poi uccelli a centinaia, sette coccodrilli di varie fogge e misure, tartarughe giganti traslucide. In alto, quasi invisibile perché si confonde con le macchie d’umido, giallo per la luce del neon, un “pitone reticolato” di una decina di metri. Poi i pesci (impagliati anche loro? Si potranno impagliare pure i pesci?) ognuno col suo nome: il pesce istrice, il pesce luna, il pesce palla, e sotto ogni esemplare il suo cartellino: “Pescato a Livorno”, “Pescato a Viareggio”, e il caro Tirreno a un certo punto sembra il mare di una fiaba lontana. Gli uccelli, rondini, usignoli, colombe, falchi, aquile eternati in un volo mai spiccato. Passo davanti al lupo di Tasmania: “Estinto”, dichiara il cartellino. Chissà, magari quello era l’ultimo, forse poteva vivere.

Si intravedono infine, in sale che trovo momentaneamente chiuse, le cere anatomiche. Eccoli, eccoci, gli animali umani. Corpi e pezzi di corpi. Sulle pareti, in vetrine simili a quelle dell’opossum o della zebra, ci sono gli organi. Cuori, fegati, polmoni, stomaci, testicoli, uteri vuoti e pieni, feti nelle varie fasi del loro sviluppo, e poi mani, braccia, gambe, teste. Al centro, adagiati dentro teche di vetro come quella della bella addormentata, si vedono i corpi umani, sezionati nell’apparato dei muscoli, delle vene, del sistema linfatico, delle ossa. Con gli occhi aperti, lo sguardo fisso, a volte con le interiora di fuori, una ferita che interroga. Sono perfetti, non c’è traccia della loro vita precedente, sembrano nati così, sul calco di esistenze ignote, nati già immobili. Lontani dai corpi nudi e perfetti che a Firenze per sempre sono diventati statue, dipinti, primavere. Forse la cosa più viva, più inquietante, di questa città incantata dalla sua stessa bellezze è qui dentro, dietro questi vetri.

firenze

Luca Di Ciaccio • 26 Giugno 2018


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