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La scossa del Palio

‪Tra i silenzi più belli del mondo c’è il silenzio della piazza del Campo pienissima quell’attimo lunghissimo prima che parta il Palio. C’è chi fino a poco fa si è tappato le orecchie per i petardi che esplodevano, per le urla feroci che echeggiavano in questa piazza che diventa una pista, un ippodromo, uno stadio, un catino ribollente di umori, una macchina del tempo, un’arena al contrario, dove il pubblico è in mezzo e la sfida si consuma ai lati, una bolgia, un ventre materno per chi c’è nato, un mistero insondabile per tutti gli altri. Adesso c’è chi si tapperebbe le orecchie per questo silenzio che cala all’istante e fa sentire i voli degli uccelli che sorvolano Siena e chissà loro se si daranno una spiegazione di tutto ciò. Qualcuno esagera dicendo che “si sente il rumore della busta strappata”, quella da cui sta per essere annunciato l’ordine della partenza dei cavalli.

“Cosa sta succedendo? Perché non si toglie da davanti?”. Gli amici che mi scrivono su Whatsapp, in questo pomeriggio di inizio luglio, e che stanno seguendo il Palio di Siena in tv, a Roma, non riescono a capire perché il fantino vestito coi colori giallo e blu della Tartuca si ostini a tenere il proprio cavallo in mezzo alla linea, impedendo l’ingresso al cavallo di rincorsa, cioè quello che si avvia per ultimo e decide la partenza, e indossa i colori giallo e rosso della Chiocciola. Il mossiere ha già invalidato due partenze, ha richiamato i fantini, ha fatto calmare i cavalli che nel frattempo si agitano e scalciano. Pensa, chi mi conosce e mi sa in questa piazza, che essere qui mi basti a decifrare l’ordine che si schiera davanti a me, il tavolo dove si stendono alleanze e rivalità, ogni mezzo giustificato per ogni fine che sia valido, fino a sapere il momento perfetto in cui dopo “la mossa” la gara potrà finalmente partire. Io dopo qualche conversazione coi senesi qualcosa riesco a capirla. Ma pensare che ci possa essere una spiegazione razionale nel Palio di Siena significa rinunciare a capirlo. Così ai miei amici riesco a rispondere solo “è complicato”.

Non assomiglia a nessuna competizione al mondo una gara in cui ogni mezzo e ogni corruzione è lecita, e non solo per conquistare la vittoria ma anche per il solo scopo di impedirla ai propri rivali. Non assomiglia a nessuno sport e invece assomiglia tremendamente alla vita, alla politica, al sangue amaro che abbiamo in corpo in questo paese di contrade. Appartiene a tutti il Palio e però non appartiene a nessuno. I senesi dicono sempre che fosse per loro il Palio lo farebbero correre a porte chiuse, solo per gli abitanti di provata discendenza della città. Anche i fantini devono esserci alla partenza – comprati e ripudiati, tentati e minacciati – ma la cosa migliore sarebbe che non ci fossero all’arrivo.  I senesi dicono anche che non c’è vittoria più bella di una vittoria scossa. Il cavallo scosso, quello che va a vincere da solo dopo aver fatto cascare il suo cavaliere, bellissima invenzione, rivincita animale, rovesciamento del servo e del padrone, è quello il desiderio inconfessato e irresistibile per ogni spettatore del Palio.

Poi, senza che io ci capisca nulla, la corsa all’improvviso parte, esplode, si brucia in meno di un paio di minuti. Lentissima era stata la preparazione in tempo di pace, il corteo sfarzoso come lento un corteggiamento che avanzava lungo il Campo, la mossa estenuante e dilatata in lungo preliminare, un assedio che prepara la battaglia campale. Velocissima, tumultuosa e la partenza che diventa corsa e già traguardo, godimento da un lato e mortificazione dall’altro, guerra di vincitori e di vinti. Eccolo laggiù il vincitore, la folla che lo innalza sulle spalle, prima di buttarlo via e riprendersi gelosamente tutta la festa. Disse una volta un fantino: “Il primo Palio che ho corso l’ho vinto ma non chiedetemi come è andata perché non lo so”.

siena

Luca Di Ciaccio • 4 Luglio 2018


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