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Relitto e castigo

La Kater i Rades è un fantasma. Il fantasma di una nave, il fantasma di uomini, donne e bambini che cercavano la terra e affondarono in mare, la nostra terra, il nostro mare, il fantasma di quello che siamo diventati oggi quando parliamo di immigrazioni, di porti da chiudere e da aprire. In una piazza un po’ fuori mano di Otranto giace come una tartaruga decomposta, ignorata come un cattivo pensiero nella controra estiva. Il relitto della nave albanese Kater I Rades, affondata il 28 marzo 1997, sera del Venerdì santo, nel canale di Otranto dopo una collisione con una nave della Marina Militare italiana impegnata in azioni di respingimento del fenomeno migratorio, oggi è un monumento. Lastre di vetro attraversano lo scafo che fu ripescato dal mare. Morirono in mare 81 persone, alcuni corpi furono ritrovati, altri per sempre dispersi. Fu la prima grande strage avvenuta davanti alle nostre coste. Allora gli immigrati in Italia erano perlopiù “gli albanesi”. Anche oggi molte navi si trasformano in bare, negli abissi del Mediterraneo. Ci vogliono giorni, settimane o mesi per tirarle sù, almeno quelle di cui si conosce l’esistenza. E altri giorni, settimane o mesi per tentare di identificare uno ad uno i corpi, per dare un nome ai volti sfigurati dall’asfissia e dall’annegamento, sempre che lo si voglia fare. E intanto il clamore mediatico, come un’onda di bufera, va scemando, e i corpi non identificati restano lì, e della navi-bare sequestrate in un cantiere non si sa più che fare, forse andranno al macero. Mentre i morti torneranno ad essere un conteggio numerico, e i “migranti” un fenomeno su cui accapigliarsi, senza mai la dignità di un volto, di una storia, di una persona presa singolarmente, con i suoi occhi, la sua bocca, le sue mani, i suoi piedi, i suoi pensieri. E quelli che, miracolosamente, sono sopravvissuti al naufragio, non usciranno nemmeno loro mai da quell’abisso. Noi, invece, non abbiamo condiviso il viaggio, ma siamo partecipi del naufragio. Alla coscienza di ciascuno aggiungere o meno la parola “responsabili”.

Avatar Luca Di Ciaccio • 7 Luglio 2018


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