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Taranto accecata

Arrivo a Taranto in un pomeriggio accecante, con un occhio ferito e bendato. Nell’altro occhio, quello aperto, l’immagine dei guardrail rugginosi e coperti di polvere rossa ai bordi dell’autostrada che passa in mezzo all’Ilva, all’ex Ilva, all’eterna Ilva. Ilva, fu Italsider, divinità gigante e capricciosa che per responsabilità esclusivamente umana si è divorata Taranto, città di antiche pietre e recente cemento che è diventata per sempre piccola, minuscola, soggiogata di fronte alla città enorme di acciaio e di fuoco che la circonda. Un fuoco che ha spento Taranto, anche se come scrisse Alessandro Leogrande “apparentemente apatica, Taranto è una città che sa accendersi per poco”.  La città vecchia è un corpo accasciato su se stesso, con gli occhi chiusi come queste finestre murate rivolte verso un mare azzurro e inspiegabilmente bellissimo, uno dei due mari che la circonda, che la avvolge senza più speranza di proteggerla, senza che sia più possibile immergersi. È impressionante vedere i vecchi filmati televisivi che raccontavano con toni epici e ansia di futuro la costruzione del grande stabilimento siderurgico dell’Italsider, decine di migliaia di alberi di ulivo estirpati a maggior gloria del progresso, un popolo di formiche impiegato nell’edificare una cattedrale industriale a pochi passi dalle estreme propaggini della città. La vollero tutti, anche allora lo slogan sulla bocca dei cittadini era che “Taranto non deve morire”. Come in una tragedia greca la bocca che ti sfama sarà la stessa che ti divora fino a ucciderti, e non c’è scelta che non sia indolore. E intanto con un occhio bendato, ignaro di troppe cose, vedo Taranto vecchia, aggrappata all’isolotto tra il Mar Grande e il Mar Piccolo. Vicoli oscuri, bambini sfrontati, case che il tempo ha lasciato – almeno loro – invecchiare in pace. Ma anche lì si nasconde il maligno, e un cartello del comitato di quartiere: “Basta crolli, fuori gli speculatori da Taranto”.

Avatar Luca Di Ciaccio • 10 Luglio 2018


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